La marcatura della regina

La marcatura della regina
Ore 01:00. Lei guarda il cucchiaio ancora caldo e annerito. Sente la stretta del laccio emostatico premerle appena sopra il gomito. Poi l'ago infilarsi e infonderle finalmente il piacere tanto atteso. Lui come sempre è arrivato di corsa per darle la sua razione quotidiana, ma non si fermerà. Anzi, anche questa volta altrettanto velocemente è già schizzato via. Lei lo guarda da dietro i vetri della finestra scomparire dentro ad un taxi mentre la notte umida li separa ancora e sempre, ma la dose quanto meno per un po' allevierà tutto. Ore 02:00. Via Nomentana, Roma. Il dottor Cali Marco e il suo collega Rodi Osvaldo sono già fermi nelle loro uniformi a strisce fosforescenti da operatori AMA davanti ai tre cassonetti chiusi, accanto al marciapiede. Rodi con uno strattone fa scivolare il coperchio del primo all'indietro, scoperchiandolo in un colpo solo. La zaffata acida istantaneamente lo investe in tutto il suo fetore. Rodi sposta un po' il capo e poi rutta. Il suo collega Cali, una laurea in giurisprudenza e l'incapacità di adattarsi a quello schifo - subìto come fosse una terribile condanna divina - di fronte a quella scena, ha un sussulto di disgusto. “Sant'Iddio la vuoi piantare!”, urla al collega, mentre quello noncurante aggancia il secondo cassonetto al camion e lo osserva scaricare l'immondizia all'interno della pattumiera. Un'ombra sospetta e il tonfo sordo di qualcosa di grosso che cade distraggono però immediatamente la loro attenzione. Si sporgono all'interno del rimorchio e inorridiscono. Il corpo di una donna nuda giace riverso su cumuli di immondizia, con gli occhi spalancati e la gola squarciata. Ore 03:00. L'uomo ha un sussulto nel sonno. Poi rigirandosi di scatto lascia partire un urlo. La donna appoggiata allo stipite della finestra, lo sguardo verso la strada buia, si volta verso di lui interrogativa. Gli chiede cosa stava sognando. Perché nel sonno ha urlato quel no. L'uomo mentendo le dice di non ricordarselo, mentre lei inizia a rivestire quel suo statuario corpo nero. Poi come sempre gli dice che sono cento euro. Lui le dà due biglietti da cinquanta. Lei è sulla porta e lo guarda. Si guardano. Entrambi sapendo cosa vorrebbero chiedersi. Poi lei glielo dice. Suo figlio Cesare cresce e sta bene. Ha i suoi stessi occhi. Glielo dice mentre sussurra a mezza voce di non cercarla mai più e con la mano si rinchiude la porta alle spalle. L'uomo sprofonda sul letto, la voglia di morire addosso, come sempre quando sente pronunciare quel nome, poi si riaddormenta. Qualche minuto dopo il cellulare però lo sveglia. “Pronto? Sì, commissario Scali, parla Gallesio. Che c'è...? Arrivo subito”...
Ventiquattr'ore. Ventiquattro personaggi. Ventiquattro brandelli di storie che si snodano attorno ad un efferato delitto, scoperto per caso nel popolare quartiere Nomentano, a Roma. Giovanni Di Giamberardino - giovanissimo sceneggiatore, qui al suo esordio narrativo con un’opera, già finalista nel 2009 al Premio Calvino - costruisce un mosaico minuzioso e attraente al quale come una carta moschicida, con il trascorrere delle ore e delle molteplici storie che si susseguono, inesorabilmente si rimane appiccicati. Con una scrittura magari non sempre impeccabile rispetto all’ambiziosa costruzione dell’intreccio ma veloce e molto cinematografica, Di Giamberardino tratteggia caratteri sempre presenti a loro stessi. i quali man mano che la narrazione avanza, finiscono col disegnare un desolante e più ampio quadro dell'intero genere umano. Un giallo ambientato in una Roma nera, solitaria, malinconica - proprio come le anime dei protagonisti che la popolano - una Roma che si fa alveare capace attraverso la silenziosa e involontaria testimonianza delle proprie microcelle di svelare lentamente al lettore la risoluzione del misterioso omicidio e soprattutto la desolante quotidianità di una umanità inesorabilmente allo sbando.  

 

 

 

 
 
 
 
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