La maschera dell’Africa

La maschera dell’Africa
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Cogliere l’anima spirituale dell’Africa, attraversata da mille credenze, non è né facile né immediato. Lo scopriamo in questo viaggio alla ricerca della natura della religiosità africana che parte dall’Uganda, prosegue in Nigeria, si addentra in Ghana e in Costa d’Avorio per arrivare fino in Gabon e in Sudafrica. Tutti paesi che, ai tempi della colonizzazione, hanno conosciuto il proselitismo cristiano ed islamico. È proprio il contrasto tra la diffusione delle religioni rivelate e la persistenza dei culti arcaici a colpire l’attenzione. Come possono gli africani, abituati ad un’idea del sacro semplicistica, mitica e totemica, essere affascinati da teologie complesse come quelle monoteiste? La risposta più convincente, forse, è quella del principe Kassim, discendente di Mutesa, uno dei più venerati kabaka dell’Uganda. Sia il cristianesimo sia l’islam “prospettavano una vita nell’aldilà”, le religioni africane “soltanto il mondo degli spiriti e gli antenati”. Tuttavia gli antichi riti permangono, magari in originali sovrapposizioni sincretiche con le confessioni rilevate. Ecco allora che ovunque si incontrano luoghi magici, culti di animali, indovini, stregoni, profetici sacerdoti, divinità strane e terrificanti come il Mumbo Jumbo. Modi e formule per resistere alla occidentalizzazione forzata e affermare un’identità etnica che rischia di scomparire. Ma che allo stesso tempo sono uno ostacolo alla modernizzazione del continente, soprattutto per le nuove classi dirigenti arricchitesi negli ultimi decenni, che vorrebbero tagliare i ponti con l’eredità di un passato fatto solo di colore e di superstizioni. Perché c’è uno stretto rapporto che corre tra potere politico e tradizioni religiose. E allora capire le sanguinarie dittature di un Idi Amin o le crudeltà di un Nkrumah, l’esistenza dell’harem o la divinizzazione del re, significa entrare in una dimensione più ambigua e strumentale della sacralità africana. Un’iniziazione al profondo legame tra potere e misterico…

Il sottotitolo de La maschera dell’Africa recita Immagini della religiosità africana. E in effetti è quanto propone V.S. Naipaul in questo saggio: racconti che fotografano l’evoluzione della società africana. Lo scrittore di Trinidad alterna il taglio antropologico alla narrazione pura. Da un lato cerca di penetrare nell’immaginario della cultura afro, tenendo sempre presente la cifra storica, dall’altro osserva, ascolta, descrive l’umanità che si affastella davanti ai suoi occhi. Come quando, appena giunto in Nigeria, incuriosito da strane sculture di un uomo velato, in cappello a cilindro e in giacca lunga, con un grosso bastone in mano, riporta in vita la leggenda del Mumbo Jumbo, la divinità che punisce le mogli disubbidienti. Ma il dato non è mai folcloristico, è sempre legato alla realtà. Così, aggiunge che purtroppo tali punizioni avvengono ancora oggi nei paesi dove è praticata la poligamia. Oppure si diverte, con ironia, a smascherare il babalawo, l’indovino, e i suoi sistemi per spillare soldi, o va con spirito critico a consultare il grande sacerdote ghanese Pa-boh, interprete dei simboli divini, ricavandone un’impressione favorevole per le sue capacità oratorie e scettica circa i suoi responsi. Si tratta di ritratti nei quali emergono la vena affabulatoria e la scrittura secca di Naipaul. L’intento comunque non è semplicemente di fare della letteratura, ma di verificare quanto il peso del sacro impedisca alla società africana di aprirsi senza remore tradizionaliste alla piena modernità. Di qui derivano i continui confronti tra l’Africa ancestrale del passato e quella del presente, sempre più sommersa da cemento, spazzatura e traffico. E soprattutto la sfiducia in una classe politica che vorrebbe essere emancipata, che ha studiato, che si è anche convertita al monoteismo, ma che continua pericolosamente a dare ascolto a stregoni ed indovini.



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