La maturità del 1953

La maturità del 1953

DDR, 1953. L’ora di geografia e la giornata scolastica termineranno tra nove minuti. Il professor Kollmorgen detto Ähnst spiega con voce severa la straordinaria trasformazione della natura nell’Unione Sovietica e gli studenti della XII A s’intrattengono come meglio possono. Klaus spezza la punta della matita, Hannes costringe il righello alle più improbabili torsioni, Marianne scrive curva e rassegnata sul banco, Ingrid guarda fuori dalla finestra. Mancano otto minuti. Jürgen osserva e pensa che l’indifferenza della classe e il modo d’insegnare di Ähnst devono essere collegati: è come se il vuoto iniziasse proprio accanto agli occhiali del professore. Mancano sette minuti. Nel pomeriggio, come sempre, qualcuno dei ragazzi andrà sul lago, farà un giro in barca a vela vicino alla chiusa e fingerà d’esser libero. Poi tra poche settimane ci sarà l’esame di maturità e le domande che verranno poste sono già intuibili. Ancora sei minuti. O forse no. Forse tutto questo può finire…

Scritto all’inizio degli anni Cinquanta in reazione alla campagna repressiva nella DDR contro l’organizzazione giovanile “Junge Gemeinde”, il romanzo La maturità del 1953 è stato rifiutato più volte da case editrici tedesche sia orientali che occidentali e pubblicato soltanto postumo, nel 1985. Grazie a una narrazione costruita su due piani temporali, si sa fin dalle prime pagine che alcuni dei maturandi fuggiranno “dall’altra parte”, nella Germania Ovest. Uwe Johnson non si concentra sulla loro scelta – che poi è la stessa che farà lui nella vita reale – ma su come si sviluppi nei ragazzi lo spirito critico e lo sdegno verso le istituzioni. Il ritratto più impietoso è certamente quello degli insegnanti-burocrati: incapaci dalla prima all’ultima pagina di coinvolgere gli studenti o di intavolare con loro dei dibattiti costruttivi. Anche se l’opera d’esordio di Johnson non raggiunge i vertici del suo monumentale I giorni e gli anni è senza dubbio una riflessione acuta sul perché vietare la libertà di espressione non sia mai stata una buona idea, qualunque sia il proprio credo politico.



 

 

 

 
 
 
 

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