La memoria rende liberi

La memoria rende liberi

Liliana Segre nasce in una famiglia di ebrei laici: nel 1938, a otto anni, quando tutto cambia, ha frequentato solo una volta la sinagoga e a casa sua, per esempio, si mangia di tutto, senza alcuna limitazione. Per lei essere ebrea, fino a quello data, significa semplicemente non partecipare all’ora di religione insieme ad altre quattro o cinque ragazzine, con la possibilità di avere un’ora libera per correre fra i corridoi della scuola e chiacchierare, suscitando l’invidia delle compagne. Liliana vive con il padre Alberto ed i nonni paterni. La mamma di Liliana, infatti, è deceduta giovanissima, quando la figlia non aveva neppure un anno, a causa di un terribile tumore. Da allora è il padre Alberto, animo sensibile, a prendersi cura di Liliana, con dolcezza e premura. Nel 1938 essere ebrei comincia ad assumere tutto un altro significato per la famiglia Segre. E Liliana lo capisce subito. Lo capisce quando, alla fine dell’estate, mentre passano qualche giorno di vacanza in una casa presa in affitto sul Lago Maggiore, lei e i suoi familiari sentono per radio la comunicazione che gli ebrei sarebbero stati oggetto, a partire da novembre, di una serie di restrizioni. Liliana non può più andare a scuola. Lei, che ha molte amiche; lei che, senza mamma, trova conforto e si diverte a scuola. Viene semplicemente espulsa dal suo mondo. Liliana crede di aver fatto qualcosa di male; la notizia la sconvolge. Il padre, con la sua consueta tenerezza, le spiega che non è colpa sua, che tutti gli ebrei verranno espulsi dal proprio mondo. Vengono emanate le Leggi razziali, che privano inesorabilmente gli ebrei di tutti i loro diritti e danno inizio all’orrore...

Enrico Mentana firma una interessante introduzione alla testimonianza di Liliana Segre, proprio nel gennaio 2018 ‒ ad ottant’anni dalla promulgazione delle Leggi razziali ‒ nominata senatrice a vita “per altissimi meriti nel campo sociale”, per il suo impegno nel divulgare e far conoscere la sua esperienza di sopravvissuta (o di salvata, o di sommersa, come lei stessa si chiederà al suo ritorno, dopo la lettura delle opere di Primo Levi). Il racconto è lucido, terribile, commovente; e non poteva essere altrimenti. Un capitolo si intitola Le parole sono pietre e due sono i termini che Liliana più volte ripete e che si stagliano e si scagliano potenti nere su bianco: stupore e indifferenza. Stupore, la cui definizione è “forte sensazione di meraviglia e sorpresa, tale da togliere quasi la capacità di parlare e di agire” (fonte www.treccani.it). Qui si parla di stupore per il male altrui. Si fa riferimento allo stupore di una ragazzina ingenua davanti agli orrori compiuti da esseri umani, come lei, verso altri esseri umani. Indifferenza, definita come “condizione di chi, in determinata circostanza o per abitudine, non mostra interessamento, simpatia, partecipazione affettiva, turbamento”. E Liliana, come Mentana nella sua introduzione, afferma che tutto è cominciato da lì, perché “quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c'è limite all'orrore.” Credo che questo libro debba essere letto da chiunque. Compratelo, leggetelo, fatelo leggere ai vostri figli e ai vostri nipoti, perché aiuterà a far prendere loro coscienza, perché non vi sia indifferenza, perché la memoria rende liberi.



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