La metropoli come mondo in rovina

La metropoli come mondo in rovina

Leviatano tutto ventre e bocche, supersistema ingordo di dimensioni connettive e produttive, città che si oltrepassa: la metropoli. Luoghi che performano e informano rapporti di potere, opposizioni che non si risolvono ma vengono inglobate in un ampio discorso sulle dinamiche produttive, nervature in costante moltiplicazione della ipermodernità. Organismo in continua espansione, nutrimento per l’immaginario collettivo e per l’apparato di finzioni che si ramifica nel luogo pubblico come in quello privato, invadendo lo spazio privato. Gioco, sistema e sub-sistema del gioco, della dimensione ludica. Norma e trasgressione: istituzione, opera moralizzatrice, e gusto dell’eccesso, zone erogene di incanalamento per il godimento. Cosa succede alla forma di comunicazione metropolitana quando si ri-territorializza, passa da una dimensione “locale”, a una dimensione meta-territoriale? Quando le sue membra in espansione trovano nuova linfa nel dispositivo mediale del cinema, prima, e della televisione poi? E cosa, quando dalle macerie della modernità si dirama la rete virtuale, le mutate connessioni, quando si opera una mutazione fondamentale non politica, ma antropologica? La metropoli racconta allora di una nostalgia, di un immaginario collettivo di consumi consumati, di finzioni de-generate che ancora resistono, ma che si frammentano nella “sensibilità in transizione del nostro tempo”. Crolla il grattacielo e il suo forte simbolo, si de-centrano i centri, centri che sono al contempo, ora, periferia. Fascinazione metropolitana davanti alla quale ci poniamo per un epocale congedo…

Alberto Abruzzese vive un’ossessione articolata nei tre saggi che compongono il testo: occuparsi di metropoli, ascoltare voci e insieme di voci, immagini e simboli, risonanze. Parola affascinante, metropoli. Corpo del viaggio, corpo prostituito o del desiderio, corpo attrattivo, corpo distruttivo. L’ossessione, spiega Abruzzese, è nelle forme di vita del suo territorio, e delle strategie di produzione di immaginario che mette in atto. Pre-cognizioni di metropoli e sociologia nella letteratura – gli esempi di Poe o Hawthorne ‒, prefigurazioni fantascientifiche. La metropoli cresce e si espande fino agli anni ‘30 del Novecento, quando il cinema ne trasla la forma in altra zona, la televisione ne dirama orizzontalmente le potenzialità, la rete brulica tra le sue macerie. Fingere la metropoli, Il grattacielo e lo sguardo e La metropoli come mondo in rovina, tre testi fra i tanti di esperienza metropolitana e di ricerca trans-disciplinare, inquieta scrittura a scavare intorno ai nodi-fiamme della crisi moderna, città che passa, trasmuta, e all’osservatore attento si apre la possibilità di scrutare questo movimento, questa mutazione, a patto di non restare imbrigliato nella nostalgia di abiti identitari usurati, nel richiamo ammaliante di antiche moderne sirene, nelle finzioni duplicate e duplicate ancora da un virtuale indiscernibile dal reale, proprio perché radicato, amalgamato. La nascita della metropoli ha prodotto esperienza diretta e indiretta per più di un secolo: è la matrice dei media tecnologici da cui viene oltrepassata; è l’antecedente, per Abruzzese, dello slittamento del sentire attuale, movimento intensivo di creatività, dell’umano verso l’altro da se stesso, oltre il post-moderno, il post-umano. Metamorfosi in atto, città da attraversare, provocare, suscitare: “bisogna andare oltre”.



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