La mia arte sei tu

La mia arte sei tu

“Roma, 17. VIII. 1926 È proprio scritto che la salvezza, nei momenti di maggiore tempesta, mi debba venire dal lavoro a cui m’aggrappo disperatamente. Lavorare, lavorare… Tutto passerà”. Si conoscono soltanto dall’anno precedente, quando lui, il famoso drammaturgo di fama internazionale, l’ha scritturata senza conoscerla perché si era distinta all’Accademia ricevendo le lodi di critici importanti; lei è diventata presto la prima attrice del Teatro d’Arte da lui diretto. Lui, Luigi Pirandello, ha cinquantasette anni e una vita dolorosa, lei, Marta Abba, ne ha ventiquattro e talento, bellezza e ambizione. Mentre lei è in giro per teatri, lui le racconta delle sue “tempeste”, dei suoi progetti culturali che in Italia non sembrano trovare posto (“Io sono straniero in Italia, e solo quando l’eco arriva dei miei successi stranieri, mostrano di riconoscermi e di tenermi in pregio”), ma anche dei suoi propositi di suicidio (“ L’unico viaggio da fare sarebbe per me quello da cui non si torna più” o anche “Non vedo più la ragione di nulla”); anche se soprattutto le scrive per incoraggiarla sempre e sostenerla. E anche se Marta non gli risponde come e quanto lui vorrebbe, Luigi l’ha eletta a sua Musa, “Io seguo questa Tua immagine […] ed Essa a mano a mano mi trova le parole e mi crea le scene”, e ancora “Ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il Tuo respiro muore”. Lui soffre per la sua lontananza, “niente più m’attira, se non posso starti vicino” e non esita a confessare “il bisogno che ho sempre avuto delle Tue lettere, come dell’aria per respirare”…

Leggere gli epistolari di personaggi che nel nostro immaginario mantengono una dimensione ideale quasi filosofica, quasi ascetica, sicuramente solenne e certo alta, altissima, significa conoscere aspetti che ce li restituiscono uomini, umanissimi esseri in balia dei sentimenti come tutti. E questo per certi versi può anche risultare spiazzante. Il rapporto che unì Luigi Pirandello e Marta Abba ha fatto discutere a lungo; ai cinque anni di convivenza a Berlino si contrappone la convinzione diffusa che il loro legame si mantenne esclusivamente su un piano platonico. La verità è che sapere come sia andata, tutto sommato, a noi che apprezziamo e ammiriamo l’artista non interessa, o sicuramente interessa assai meno rispetto alla percezione che questo amore – perché da parte di Pirandello di amore si trattò, o di qualcosa assai simile, in contrapposizione all’indifferenza della Abba – ci offre dell’uomo. Un uomo che aspetta – mendica quasi, potremmo dire – una parola, una lettera, un uomo che rimprovera all’oggetto del suo amore di inviargli le congratulazioni per un importante successo con una cartolina comunitaria, firmata insieme ad altri senza una parola personale; un innamorato che confessa una devozione assoluta, una adorazione che si svela a cominciare da quei pronomi e aggettivi sempre in maiuscolo: Tu, Tua, Te. Anche per Marta Luigi era fondamentale ma esclusivamente in un legame artistico, e lo rivela anche quel disequilibrio tra le 550 lettere inviate da Luigi e le 238 risposte di lei. Il libriccino – delizioso come tutti quelli della collana I Pacchetti – è un piccolo saggio dell’epistolario di lui, assolutamente significativo del sentimento che animò il drammaturgo girgentino fino alla sua ultima lettera pochi giorni prima di morire (e che Marta legge quattro giorni dopo) del 4. XII. 1936: “Se penso alla distanza, mi sento piombare nella mia solitudine, come in un abisso di disperazione”. La loro conoscenza durò dal 1925 al 1936 ma ebbe una maggiore intensità dal 1925 al 1929; chissà se regalò veramente anche un po’ di gioia allo sfortunato Pirandello, che conobbe il successo e l’Olimpo dell’arte ma tanta sofferenza nella vita privata, amorosa e non. Questo piccolo libretto, forse, serve anche a ricordare che a pochi, in fondo, è dato di conoscere la piena felicità. E, probabilmente, non lo è mai stato davvero nemmeno un grandissimo come Luigi Pirandello.



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