La mia Australia

La mia Australia
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Sally odia andare in ospedale. Quei corridoi lunghi e vuoti; quell’odore inconfondibile e caratteristico; quelle porte così grandi e massicce, che se non ci fosse la madre a controbilanciare il peso di sicuro la spingerebbero per terra, come per respingerla. A Sally piace pensare che quelle grandi porte siano magiche e che al di là di esse suo padre appaia felice e sano. Ma non è così: nessuno lo è in quel brutto posto. Anzi, almeno suo padre è tutto intero... agli altri uomini mancano gli arti: a chi un braccio, a chi una gamba. Sua madre le ha spiegato, con molto rispetto e tenerezza, che quegli uomini sono tutti dei vecchi soldati. A Sally, che ha solo cinque anni, paiono solo come dei fantasmi, ma loro sembrano felici di vedere una bambina: c’è chi la saluta, chi le fa battute, chi le offre delle caramelle. Suo padre invece sembra fregarsene della loro presenza; non viene mai loro incontro: il suo corpo allampanato, fasciato in una grande vestaglia, è sempre immobile al solito posto, vicino al suo letto. Poi ci si sposta tutti nella veranda, per fare quattro chiacchere seduti nelle scomode sedie di ferro. Sally si annoia a morte durante quelle visite, ma sua madre insiste sempre nel portarla con sé: mai una volta che ci portasse Bill, il suo fratellino più piccolo, o sua sorella Jill! Forse, la sua presenza serve ad evitare che i suoi genitori litighino furiosamente. Mentre loro chiacchierano, la mente della bambina divaga; è primavera, la sua stagione preferita, e anche quella di Nan, sua nonna. Nan vive in casa con loro, e in questo periodo è solita buttare Sally giù dal letto la mattina presto per mostrarle qualche incredibile scoperta fatta in cortile: le tracce di un serpente, un varano dalla coda corta, grilli dalle strane antenne. E poi l’uccello speciale di Nan, il cui canto, nessuno tranne lei aveva mai sentito. Una mattina anche Sally è riuscita a sentirlo: non l’ha visto, ma per un attimo ha sentito la sua melodia. Sarebbe bello se la primavera potesse durare per sempre, se quelle insolite creaturine potessero risiedere sempre lì, nel suo giardino. Sally smette di sognare ad occhi aperti e preme per andarsene: sa che sua madre non vuole che si mostri impaziente di fronte a suo padre, ma lei non ci può fare niente. Lui ha pure confezionato una borsa per la sua bambina, ma Sally vorrebbe gridare che quella borsa non ha niente di speciale, che chiunque sarebbe stato in grado di farla. Non c’è magia in quell’ospedale. E suo padre non ha più un cuore, è solo un mucchio di ossa dagli occhi infinitamente tristi, dalle scapole sporgenti e le mani magre e tremolanti. Anche Sally si sente triste: è come se dentro fosse tutta “stropicciata”; come se avesse bisogno di una bella passata di ferro da stiro per distendere le pieghe della sua anima...

Terra nullius, terra di nessuno: è così che i colonizzatori europei, a partire dalla sua scoperta nel XVII secolo, hanno sempre raccontato l’Australia, perseguendo una finzione giuridica che per centinaia di anni ha avuto il solo scopo di cancellare i diritti del vero popolo autoctono del continente, gli Aborigeni. Al pari dei nativi delle Americhe, gli indigeni australiani hanno condiviso lo stesso destino di sopraffazione e di emarginazione: tacciati come selvaggi, forzati verso il progresso e la civilizzazione (come se la loro cultura fosse riducibile solo ad un mucchio insignificante di miti e leggende), privati addirittura dei propri figli, se questi erano frutto di una relazione con un bianco; come se per i meticci, per il solo fatto di non essere completamente neri, ci fosse un destino di redenzione all’interno delle missioni. Molti autori australiani, a partire dagli anni ‘80, hanno contribuito in modo massiccio al rovesciamento di una narrazione unilaterale e fasulla, ridando finalmente voce ad un popolo a lungo dimenticato, e privato della partecipazione attiva alla vita politica e sociale del Paese. Sally Morgan è tra loro; nata a Perth (nell’Australia occidentale), autrice e illustratrice di origine aborigena, scrive un libro che è molte cose insieme: una biografia, un romanzo di formazione, e un prezioso documento storico nel quale si rivendicano in modo forte e appassionato le proprie radici; un documento che non si affida ad una versione storica ma ad una versione personale dei fatti, vissuti dolorosamente sulla propria pelle, e raccontati in prima persona da alcuni personaggi cardine del romanzo, autentici rappresentanti del popolo aborigeno: Daisy Corunna (vero nome di Nan, nonna di Sally) e suo fratello Arthur, e Gladys, madre dell’autrice. Bambina sensibile ed introversa, Sally è molto amata, ma deve fare i conti con una situazione familiare difficile a causa degli alti e bassi di suo padre, ritornato dalla guerra con la mente distrutta. Sono anche i silenzi a pesare in casa, quelli di sua nonna in particolare, che sul suo passato ha la bocca ben cucita (e guai a farle domande): cosa rispondere ai bambini a scuola che chiedono con insistenza da dove provengano Sally e i suoi fratellini, indubbiamente più scuri di pelle di quanto non lo siano tutti gli altri? Hanno sempre affermato di essere indiani: così Gladys e Nan hanno sempre detto di fare. Ma la Sally adolescente, e successivamente, la Sally adulta, ben consapevole di sé stessa e dei propri obbiettivi, non si beve più queste storielle, decisa a penetrare il muro dell’omertà e ad intraprendere un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle proprie origini. Il puzzle è complicato, ma negli anni, il suo puntiglio e la sua dedizione, degne del miglior detective, saranno ricompensati: sarà bello, commovente e liberatorio stringere finalmente la mano alla propria gente, ma sarà altrettanto doloroso scoprire che essere aborigeni in Australia sembra non rappresentare un vanto, bensì una condanna. Narrato in modo vivace e frizzante, il libro della Morgan diletta e commuove, ed è considerato un testo fondamentale della letteratura aborigena moderna: è un punto di vista originale, quel rovescio della medaglia a lungo taciuto che finalmente viene a galla. 



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