La mia battaglia contro Ebola

La mia battaglia contro Ebola

Autunno 2014. Giunto all’aeroporto di Freetown, il medico siciliano Fabrizio Pulvirenti – in Africa per prestare servizio in uno degli ospedali di Emergency in prima linea contro la terribile epidemia di Ebola che sta colpendo la Sierra Leone – è subito travolto dalla carica d’energia dei locali, che lo circondano festosamente per portare le sue valige o accompagnarlo fino al traghetto che lo porterà a destinazione. A Lakka conosce poi Gino Strada e lo colpisce “la determinazione di quest’uomo che, nonostante l’età non più giovanissima, è tutt’oggi impegnato in prima persona a fronteggiare le emergenze, dalle guerre all’assistenza ai profughi a Ebola”. Pulvirenti e Strada analizzano dati ed elaborano protocolli di sostegno e di profilassi antibiotica per trattare i pazienti che si rivolgono al centro di Emergency, iniziando a vedere subito i primi frutti del loro lavoro in termini di calo della mortalità. Dopo tre giorni di addestramento per imparare a vestirsi (e soprattutto a svestirsi) con una tuta protettiva per evitare il contagio, il medico siciliano può finalmente entrare nella Zona Rossa. Già durante il suo primo giorno di lavoro a contatto con i malati di Ebola vede morire una madre davanti al figlio piccolo, anche lui malato: il bambino sopravviverà, solo e disperato, senza la possibilità di nessun contatto umano per motivi di sicurezza. Fa male vedere tanta sofferenza. Perdipiù si lavora in un caldo insopportabile, circa 40°, nella tuta impermeabile si soffoca tanto che appena si esce dalla Zona Rossa ci si debbono fare delle flebo per reidratarsi. Nella notte tra 21 e 22 novembre Pulvirenti vomita, ma non si allarma particolarmente: forse ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male. La mattina dopo però è troppo debole per andare al lavoro e passa la giornata a riposo. Il giorno successivo torna al lavoro, ma la sera è di nuovo travolto dalla nausea. Poi arrivano febbre altissima e terribili dolori addominali: c’è decisamente qualcosa che non va. Pulvirenti viene sottoposto a un test PCR per il virus Ebola, secondo i protocolli di sicurezza. Dopo qualche ora arriva il responso: è positivo. Non si capisce come, il medico è stato infettato…

La cronaca del ricovero di Fabrizio Pulvirenti, medico di Emergency originario di Catania e primo dei due italiani a oggi contagiati dal virus Ebola (entrambi sopravvissuti, per la cronaca), presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma inizia in una fredda alba di fine novembre, quando il “paziente zero” arriva in Italia dalla Sierra Leone con un Boeing 767 dell’Aereonautica militare italiana appositamente allestito per garantire il massimo isolamento biologico e poi viene trasportato in ospedale – sempre chiuso in una speciale camera sterile trasparente – a bordo di un’ambulanza protetta e scortata da un piccolo esercito. Qui Pulvirenti sarà assistito per 37 lunghissimi giorni da un team di 15 medici e 15 infermieri, trattato con quattro farmaci sperimentali e plasma “di convalescenza”, senza visite, comunicando con il mondo esterno solo tramite smartphone e laptop. Quelli che vengono fuori da questo breve diario sono giorni colorati di emozioni molto diverse: “Dopo i primi giorni cercavo di analizzare ogni sintomo in modo sistematico, poi c'è stato un momento di buio in cui la luce della coscienza si è spenta. Lì tutti i buoni propositi di mantenere la razionalità sono andati a farsi benedire, e il medico è stato spiazzato dal paziente”, ha rivelato lo stesso Pulvirenti durante la conferenza stampa organizzata in occasione della sua dimissione dallo Spallanzani. Dopo qualche giorno interlocutorio, infatti, nella settimana dal 4 al 10 dicembre viene sedato, è in rianimazione e respirazione assistita, a un passo dalla morte. Ma lotta, riemerge dal suo sonno e si riprende velocemente. Il 24, la vigilia di un Natale che festeggerà mangiando una pizza in ospedale (la prima dopo tanto tempo!), il medico pubblica tramite Emergency una lettera pubblica in cui si dichiara “non un eroe, non un untore, ma un soldato ferito nella lotta contro un mostro terribile e temibile”. Il 2 gennaio 2015 è dichiarato ufficialmente guarito dai sanitari. Tutto questo è raccontato in questo breve diario senza nessuna enfasi, con tono anche troppo posato: si ha l’impressione di un documento prezioso ma tutto sommato non drammatico. Visto che invece i fatti raccontati drammatici lo sono, il problema è evidentemente nella penna di Pulvirenti, probabilmente troppo schivo per sottolineare gli aspetti più spaventosi della sua esperienza, e anche nel fatto che nel momento peggiore della malattia il paziente non era cosciente e quindi non ha nessuna testimonianza da fare. Forse avrebbe giovato affiancare al medico di Emergency un giornalista, ma l’ebook è comunque interessante. Nota di demerito per l’editor: nel primo capitolo c’è un intero paragrafo ripetuto due volte, a distanza di qualche pagina.



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