La mia casa è dove sono

La mia casa è dove sono
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Quali forme assume la geografia di un’anima sfollata? La risposta Igiaba la trova in una cucina di Manchester mentre con Abdulcadir, suo figlio Mohamed Deq e il cugino O. tenta di ricostruire a beneficio del piccolo Deq i contorni di una città, Mogadiscio, che non può a rigor di termini considerare propria, essendo nata a Roma, ma che avverte un impulso fortissimo a rivendicare come tale. I loro ricordi danno vita su carta ad una città che ormai vive solo nelle loro menti. Non hanno idea se il cimitero che accoglie le loro nonne, il corso con i negozi scintillanti, i quartieri in cui hanno vissuto, giocato, corso siano stati distrutti dalla guerra, ma Igiaba si rende conto ben presto che i contorni dei luoghi si fanno sfocati, che le linee di Maka al Murakama scolorano in quelle di Testaccio, che le fiabe che sua madre le raccontava da bambina hanno in comune molti dei loro aspetti crudeli con quelle con cui sono cresciuti i suoi vessatori compagni di scuola. E il filo dei ricordi è molto facile da tirare fino a disfare gli orditi della Storia per poi riavvolgerlo nei piccoli gomitoli delle storie personali. La Storia che ha portato la Somalia di nuovo sotto l’egida italiana alla fine della seconda guerra mondiale per imparare a gestire la transizione verso la democrazia; le storie dei giovani come suo padre che proprio frequentando le lezioni di democrazia, si è innamorato di Roma, complice la miopia di Nat King Cole e anni dopo vi ha cercato rifugio con la sua seconda moglie quando la sua fulgida carriera e le sue speranze erano state distrutte dall’avvento di Siad Barre (anche lui allievo della scuola di democrazia) al potere, ancora una volta la Storia...

Igiaba ha solo sentito parlare del piccolo intenso ruolo della sua famiglia nella Storia,dei fasti del passato, degli incontri alla Casa Bianca, del concerto di Nat King Cole, della limousine. Ha però una grande capacità di ricostruire i piccoli orditi che intrecciano la sua vita e le vite della città che l’ha accolta (e mai veramente accettata) sin dalla nascita, di rammendare con pazienza certosina gli squarci dell’arazzo familiare, di ricomporre il mosaico del tempo svanito e le storie dei suoi affetti: Rodolfo Graziani e suo nonno Alì Omar Scego;Vittorio Emanuele III e suo zio Omar, ma sopra tutti campeggia la madre Kadjia che accudiva le greggi già a cinque anni, che ha imparato a leggere ma non a scrivere, che per prima ha conosciuto la guerra nel 1991, che l’ha salvata dalla più atroce delle solitudini aprendole con l’aiuto di una maestra il favoloso “armadio delle storie”, che le ha risparmiato la più atroce delle mutilazioni. È facile intuire che la “casa” di Igiaba Scego non sia stata un luogo fisico, ma una stanza segreta dentro la sua anima, e che una volta che l’ha faticosamente abitata, abbia finito per portarla sulle spalle. Nonostante la narrazione del suo mondo sia spesso una narrazione di solitudine, umiliazioni, fatica, sofferenza, non indulge mai all’auto compassione. Uno stile misurato, colto, una lucida analisi storica del post colonialismo e delle condizioni di vita dei primi immigrati, una delicata, minuziosa ricostruzione della geografia degli affetti fanno passare in secondo piano qualche ingenuità semantica, come quella di definire Siad Barre “il più grande dittatore che la Somalia abbia avuto”.



 

 

 
 
 
 

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