La mia cosa preferita sono i mostri

La mia cosa preferita sono i mostri

Chicago, 1968. La cameretta è già buia quando Karen Reyes decide di alzare al massimo il volume del suo giradischi, per nascondere a sua madre ciò che di terribile le sta accadendo, proprio in quell’istante. Senza accorgersi comincia a gemere, quasi come suo fratello quando fa i suoi “sogni da maschio”. Le ossa si fanno lunghe e contorte, la pelle spessa come una pelliccia, unghie e zanne da lupo, come Larry Talbot “The wolf man”. E intanto le persone in strada cominciano a sentire che un mostro è appena comparso nella loro città, e invadono i vicoli e le larghe strade del centro, scendono dai loro grattacieli al grido di “Uccidete il mostro!” stringendo fra i pugni la prima arma trovata in casa: mazze da baseball, forconi, ferri da stiro, scoponi per pavimenti, cornette del telefono e valigie. Qualcuno impugna perfino una pistola con proiettili d’argento. E intanto la folla festeggia. Skritch scraatch, ecco un ramo che si muove fuori dalla finestra. Come al solito, è un sogno. Un bel sogno. Non un incubo, perché Karen ama quel suo aspetto da licantropo, e si diverte a sfogliare le riviste del terrore come il Ghastly, Dread e Spectral che le compra ogni mese suo fratello Deeze…

Il graphic novel di esordio di Emil Ferry è così denso che non è facile descriverlo. Il primo elemento che stupisce è l’aspetto grafico, mantenuto dall’editore italiano del tutto simile alla versione originale: scordiamoci la classica gabbia che imbriglia le tavole in vignette, la china pulita e l’equilibrio fra illustrazioni e spazio bianco, qui sembra di sfogliare un lunghissimo, elettrizzante diario di scuola o un quaderno per appunti. Le tavole sono infatti realizzate con penne biro di diversi colori, matite, pennarelli e qualche collage e l’effetto è un’esplosione vorticosa e stupefacente di immagini che riempiono come pop-up le oltre 400 pagine del primo libro raccontando un doppio mistero. Già, perché oltre alla parte artistica esiste anche una storia che si sviluppa attorno alle indagini della piccola detective-licantropa Karen Reyes, che si mette in testa di scoprire chi abbia ucciso la sua bellissima vicina di casa, l’elegante e sempre triste Anka Silverberg emigrata molti anni prima dalla Germania a Chicago, e ciò che nasconde nell’armadio suo fratello Deeze. Così come sono multiformi e creative le immagini, lo è anche il genere che non può essere imbrigliato in un unico filone ma comprende pulp, horror, noir e dramma storico. I tre nodi storici e sociali che fanno da sfondo alla vicenda sono la Germania sotto il regime nazista e la persecuzione degli ebrei, il razzismo imperante nelle grandi metropoli americane ai tempi di Martin Luter King (il 1968 è proprio l’anno in cui viene assassinato) e le difficoltà di integrazione per omosessuali, immigrati ispanici e “diversi” tout court, soprattutto se abitanti di quartieri poveri e disagiati. Le questioni sociali vengono affrontate tramite i personaggi che si affastellano fra le pagine: Karen, suo fratello Deeze e la loro madre, Anka la triste, la piccola Sandy pelle e ossa e Franklyn in reietto, simile a Frankenstein nell’aspetto e a Freddy Mercury nei gusti estetici. Il mistero sulla morte di Anka porta il lettore a conoscere la situazione delle donne “con comportamenti antisociali” nella Germania nazista, il destino delle prostitute, o perlomeno quelle che non servivano i gerarchi e la causa ariana. Storia contemporanea, arte, cultura horror e weird si scoprono così vicini da poter esser serviti nello stesso piatto, in un gioco drammatico in cui forse il peso dei bellissimi disegni toglie un po’ di spazio all’empatia per i protagonisti coinvolti, ma mai alla riflessione. L’uscita del secondo volume è programmato dall’editore statunitense Fantagraphics Books per il 16 agosto 2018.



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