La mia devozione

La mia devozione
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Roma, Villa Wolkonsky, sede dell’ambasciata della Gran Bretagna. Helen e Frank si conoscono durante una cena. Lei è la figlia dell’ambasciatore, schiva e accanita lettrice, che nella solitudine e nel silenzio viene tormentata e abusata dai due fratelli maggiori. Lui è il figlio del segretario e ha un temperamento troppo indolente e ribelle per potersi assimilare a una famiglia come la sua. Si riconoscono subito come eguali. Da quella sera, da quella scintilla di affinità elettiva, i due crescono in simbiosi, aggrappandosi uno all’altra per sopravvivere a un’infanzia priva di modelli e direzione. Dopo il liceo, vanno a vivere insieme ad Amsterdam, lontani da tutti, perché solo allontanandosi possono far fiorire la propria indole. Helen dedica la vita ai libri e a Frank. Frank alla pittura e a sé stesso. Passano gli anni, passano case e amori, ma niente sembra riuscire a cancellare la loro unione mai davvero consumata o concretizzata. Helen è l’ombra di Frank, l’ascensore che, in silenzio, ha permesso di valorizzare la costruzione del suo io, in alto, sempre di più. Per Helen, Frank è casa, è la vita vera in un’esistenza fatta di carta e inchiostro. Gli anni passati lontano uno dall’altra scompaiono appena si incontrano, fino a che la vita di entrambi li chiama a rispondere, ad aprirsi al mondo, ad accettare la responsabilità non solo verso loro stessi ma soprattutto verso un’altra creatura. Verso un epilogo tragico e forse inevitabile in quanto cifra della loro esistenza…

Julia Kerninon (Nantes, classe 1987, vincitrice di numerosi premi in patria), consegna ai lettori un romanzo intimo e struggente, che è una storia di amore e tragedia. Amore, perché quello che lega Helen a Frank lo è, nel più modo didascalico e letterale – o forse letterario – possibile: incondizionato, struggente, generoso, totalizzante. Tragedia, perché si tratta appunto di ciò che lega la donna al suo amico d’infanzia, e non il contrario. Di fronte al suo Frank, Helen, la brillante letterata, la donna in carriera dai moltissimi meriti accademici, decide di sparire, di essere soltanto “l’ascensore per la sua crescita”, sempre al suo fianco, sempre invisibile. Bada a Frank, indirizza Frank, gli fa da madre, da serva, da moglie pur non essendolo mai. Gli è devota, come a un dio capriccioso, indolente e distante, e si strugge, non capendo perché quel dio non sa o non vuole rispondere alle sue preghiere. Nel corso degli anni, dalla dorata Roma dell’infanzia alla Amsterdam bohémienne dell’adolescenza e infine alla fredda ma solida Normandia dell’età adulta, cambiano gli scenari, ma il rapporto univoco che lega i due rimane invariato. Frank non cerca l’amore, si limita, come ha sempre fatto, a sorvolare le vite altrui, a godere di legami superficiali e passeggeri riservando la propria passione solo alla pittura. Helen non lo accetta. Se lei è l’eroina dei romanzi, quelli che ha letto e studiato senza sosta per tutta la vita, allora è a lei che spetta la ricompensa, è lei che merita il principe. Dopotutto, è lei quella che ha fatto i maggiori sacrifici, perché non dovrebbe essere così? Julia Kerninon, nella bella traduzione di Alberto Bracci Testasecca, mette in piedi una narrazione che è confessione, sussurro, follia. Incalzanti, avvincenti quasi, le fasi della vita di Helen, voce narrante, forse narratrice poco attendibile – ma non importa, in fondo –, calcano a fondo sulla tendenza tutta femminile a eclissarsi di fronte al proprio uomo, prediligendo il ruolo di “ascensori”, intestardendosi su uomini che non sanno, o non vogliono, vederne i meriti e tentando disperatamente di curare, con la propria devozione, qualcosa che non è mai stato rotto.



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