La mia patria era un seme di mela

La mia patria era un seme di mela

La bambina ha vissuto un’infanzia dura, aspra come le immense distese dei campi rumeni, lo sguardo chino sulla terra ingrata che ti nutre per poi divorarti. La bambina ha trascorso molto tempo immedesimandosi con le piante, le sue giornate scandite dalla pigrizia e cocciutaggine delle tre mucche che aveva il compito di nutrire, ingrassare per poi consegnarle allo Stato, dai treni che passano trasportando i turisti, persone la cui aura è talmente diversa dalla sporcizia in cui si muove lei, dalla banalità dei suoi grembiuli lisi e scoloriti, che pure cerca di alternare, che salutarle sembra già di per sé un atto che mette in luce una sorta di guerra tra due mondi: quello utopico dei turisti che non passano le giornate sotto il sole, che non si sporcano, che indossano esotiche camicie a maniche corte, collane, spille, tacchi alti, e quello distopico in cui vive la bambina, popolato di mucche e campi, di fatica e che negli anni si farà sempre più buio e ostile, popolato com’è da retrivi funzionari della Securitate, da censori che la costringono a pubblicare Bassure in versione fortemente censurata, a nascondere le altre opere presso amici insospettabili per sottrarle alla sorveglianza a cui è sottoposta la propria. Figlia di un ufficiale delle SS, ha trascorso l’infanzia lontana dal padre in guerra, con una madre insensibile e violenta come la terra in cui la bambina è nata ma di cui non si sente figlia ed ha sviluppato un amore per le parole che nel tempo ha assunto caratteristiche sempre più fisiche: le ritaglia, le colleziona, ne ha armadi pieni e poi ne riempie quaderni, le issa su cartoncini rigidi come impalcature per dare loro anima e spessore, le cataloga in cassetti che traboccano, alcune si impongono alla sua attenzione con più veemenza, altre se ne sottraggono quasi con timidezza. Ha interi cassetti di parole rumene che non riesce ad usare, sono i ricordi rumeni quelli che riesce ad esprimere solo in tedesco: i più brutti, i più difficili, quelli legati alla crudeltà del Partito narrati ne Il paese delle prugne secche, l’atrocità della morte del padre narrata in Bassure, la nana dai capelli arruffati che nella vita ha subito un trattamento molto più atroce che nel libro, l’uomo col farfallino che attende la moglie davanti al carcere…

Ciascuna delle figure che Herta Müller evoca nel corso di questa lunga conversazione che è quasi un romanzo è tenuta per mano da tutte le altre, come le figure che decorano i collages di parole dell’autrice, sono esseri monodimensionali, che si animano riportate in vita dalla memoria, trovano una collocazione e stanno in piedi da sole anche grazie all’anima di carta che l’autrice fornisce loro. La mia patria era/ un seme di mela e tra/ stella e falce/ tu volgi la vela è uno dei versi costruiti con forbici e colla, con lettere e parole nella lingua del suo Paese d’adozione - la Germania in cui è arrivata a fine anni Ottanta, forse perché le parole tedesche sono spesso composte, e disassemblarle consente un gioco compositivo infinito. Il verso è accompagnato dall’immagine di una figura disarticolata (Gambe lunghe e sottili in punta di piedi, la sua gabbia toracica una cassetta di legno scuro e dentro, rinchiusa nella gabbia toracica, la testa), come lo sono spesso quelle che lei ritaglia per appaiarle ai versi. Un viso di bambino tagliato a metà è la faccia di un adulto di profilo, Angelika Klammer con le sue domande intelligenti, intime senza mai essere intrusive, dimostra una rara capacità di sintesi dell’opera e della sensibilità artistica oltre che politica della Müller, che rimane oltre che una potente voce di denuncia, una raffinata narratrice dell’infanzia. “Messa per iscritto l’infanzia diventa più brutta di quanto non fosse”. Pochi autori hanno saputo dare voce all’innocenza dell’infanzia, al suo sguardo allo stesso tempo duro e disincantato, al tradimento da parte di un mondo adulto incapace di comunicare, comprendere, proteggere. La loro conversazione, tradotta magistralmente da Margherita Carbonaro ‒ non nuova alla prosa della scrittrice romena ‒ produce un’opera straordinaria, che tuttavia, come nota Andrea Bajani, non può essere letta da chi non ha letto le altre opere dell’autrice. È una sorta di sottotesto per un’intera vita, un thesaurus che decodifica, aggiunge note a margine di un percorso intellettuale. Ci spiega in maniera non lineare, come è tipico dell’autrice Premio Nobel, quale sia stato il percorso che ha portato la bambina china sui campi a diventare la donna che crea immaginari mondi di carta per sé e per i suoi amici, mondi in cui le parole hanno cittadinanza di per sé, attendono pazienti sul fondo di cassetti o armadi la seconda vita che la sua immaginazione donerà loro.

 

 

 

 
 
 
 

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