La mia terra fiorita

La mia terra fiorita

Il Cile è un Paese che non ha fatto mai del tutto i conti con il suo passato. Quando se ne parla, lo si fa poco e male. Il pensiero va sommariamente lì, a quelle cannonate contro La Moneda. Di quello che ne è stato dopo, è tutto un fiorire confuso di nozioni spesso errate. Quella cilena è una storia drammatica, complessa. Talmente tragica e dolorosa da sembrare grottesca. Di quella storia e di quel passato, i giovani studenti cileni si sentono custodi responsabili affinché non si ripeta; perché il Paese continua ad esservi liminale, al passato agghiacciante marchiato a sangue da Pinochet. Quello a cui aspirano, piuttosto, è un futuro che riaffermi la memoria del compagno Presidente, quello sì un passato gravido di speranza per il Cile. Il Paese, però, è ancora ostaggio, nelle pieghe del potere e nel sistema burocratico, dei retaggi di quella transizione stentorea e ingarbugliata e mai definitivamente compiuta messa in atto dopo la caduta del generale. Eppure lì, ci sono giovani che lottano. Come i loro padri negli anni Settanta e Ottanta, lottano per affermare i valori di equità e giustizia. Tra questi ‒ alla testa di un movimento studentesco agguerrito che nel 2011 ha messo a soqquadro il Paese e dato non pochi fastidi al governo liberista di Piñera (quello dello spettacolare recupero dei minatori nella miniera del deserto di Atacama), denunciando l’asservimento dell’istruzione pubblica alle logiche diaboliche del capitalismo ‒ c’è Camila. Leader indiscussa di una battaglia che ha fatto parlare di sé il mondo per la tenacia con la quale è stata condotta, Camila e il movimento hanno avuto la forza di portare alla ribalta un tema caldo, da sempre: l’accesso gratuito, universale e di qualità all’istruzione e con esso sono stati capaci di mettere in discussione “l’attuale modello di sviluppo, che produce diseguaglianze nell’ambito del sistema educativo come in altre aree”. Una lotta senza quartiere alla ricetta liberista che in Cile continua ad essere un macabro ricordo friedmaniano lasciato ai posteri dal generale il quale, pieno di zelo e sciaguratezza, aprì le porte alle truppe cammellate del capitalismo incarnate nei Chicago Boys…

“Mi chiamo Camila Antonia Amaranta Vallejo Dowling. Vengo da uno di quei luoghi dei quali si parla poco o niente, perché poco o niente se ne sa. E sono qui per lottare”. Esordisce così la giovane pasionaria cilena, anima d’acciaio dell’attivismo studentesco cileno e poi deputata al Congresso Nazionale del Cile per il Partito Comunista. Volti nuovi, problemi di sempre. Se una summa si potesse fare di questa raccolta di interventi ed interviste, sarebbe questa. Camila Vallejo e il movimento studentesco lottano per porre fine alle problematiche che esistono sin dalla notte dei tempi, contro le quali generazioni di donne e uomini giusti hanno combattuto e perso la vita, spesso nel più atroce dei modi. Per un mondo meno iniquo, meno baro; per un mondo che guardasse ai diritti inalienabili dell’essere umano non come carta straccia da buttare nel pattume, ma come principio saldo e radicale di una politica semanticamente votata al nome che porta. Camila è il volto pulito di questa lotta che si rinnova e dentro La mia terra fiorita si respira tutto il peso della storia che certi valori consegnano e tutta la volontà di ribadirli in faccia ad un futuro che sembra quasi un anelito di nostalgia. Si può avere nostalgia del futuro? In una terra amara, sì. In tutti i Sud del mondo, sì. La Vallejo e l’esperienza cilena continuano a dimostrarci quello che solo i miopi oramai si rifiutano di assurgere a teorema: il fermento vero, forte, genuino della sinistra, arriva sempre da lì, dalla Patria Grande. Tutte le espressioni anticapitaliste più cristalline e prorompenti marciano verso il mondo dall’America Latina ed a spingerle sono le facce pulite dei giovani studenti preparati e politicamente consapevoli; la sete di giustizia delle frange più povere della società. Su questo la storia non fa difetto, né farà difetto mai. Chi condivide l’ideologia di questa ragazza col volto serio e l’aria decisa, col piglio determinato e l’oratoria sciolta di chi sa ciò che vuole e non teme di andarselo a prendere, non può che guardare con tenerezza e un misto di nostalgia all’entusiasmo fresco per la lotta, alla rabbia costruttiva che abbatte i muri. Si vorrebbe essere sempre un po’ lì a sollevare pugni per sentirsi parte integrante di quella che potremmo dire parafrasando Fernando Pessoa, “una sola moltitudine”.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER