La mia vita è un paese straniero

La mia vita è un paese straniero
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Un giorno, Brian Turner si arruolò in fanteria perché sentiva che a un certo punto, nella vita dell’eroe, l’eroe doveva dire: “Giuro!”. Si arruolò perché voleva essere addestrato nel centro per la guerra, nella giungla, a Panama, “mentre le stelle che conoscevo stavano al posto sbagliato”. Si arruolò perché voleva dimostrare che quelli del suo paese, Fresno, California, avevano uno spirito di sopportazione eccezionale, perché era disposto a gattonare nella melma a qualsiasi ora del giorno e della notte, in qualsiasi stagione. Si arruolò perché suo padre era stato soldato; così suo nonno; così suo bisnonno; così il suo trisavolo; così gli antenati. La storia degli Stati Uniti è una storia di guerre e di massacri, ha poco o niente a che fare con i sogni. La storia della famiglia Turner è una storia di soldati. Brian Turner si arruolò in fanteria perché voleva “spingersi negli spazi desolati, dove gli interrogativi profondi trovano risposte violente e inesorabili”: perché voleva essere uomo. Come il giovane Jünger, cento anni prima, Turner voleva camminare nella tempesta, e voleva andare “nel tuono di un mondo spogliato di ogni ragionevolezza”; e se fosse stato abbastanza forte, capace e fortunato, un giorno, infine, se ne sarebbe tornato a casa, “protetto da un silenzio incrollabile”. Brian Turner, al fronte, diventò il freddo e distaccato sergente Turner. Fiutò il nemico e fiutò le traiettorie migliori per tornarsene a casa. Gli iracheni chiamavano la sua brigata la brigata dei fantasmi. Brian Turner diventò Ghost 1-3 Alpha, uno dei “Ghostriders”. E andò a stanare i nemici dove serviva, casa per casa. Andò dove doveva andare. La notte in cui catturarono Saddam Hussein, il sergente Turner guardò le code luminose dei traccianti scendere ad arco sui campi e al di là del fiume; e poi sentì i festeggiamenti. La mattina dopo si infilò gli anfibi, lubrificò l’otturatore e tornò al lavoro. Niente era terminato. Disumano sembrava ai suoi prigionieri; anche loro stentavano a riconoscerlo come uomo. A volte, certi suoi commilitoni pisciavano nelle bottiglie di plastica e poi lanciavano quelle bottiglie ai bambini assetati, in mezzo alle case di fango. A volte, scoppiavano bombe nei campi americani e niente rimaneva al suo posto e nessuno ritornava com’era. Qualcuno andava a pezzi, letteralmente. C’erano dettagliate istruzioni perfino per raccogliere quei pezzi. Un giorno, dalle parti di Mosul, sulle sponde del Tigri, qualcosa è capitato al sergente Turner. Forse è morto. Forse no. C’è stato un ritorno a casa, e una serie di viaggi per il mondo, in cerca di segni della guerra, e di memoria della guerra. A Nagasaki come in Cambogia. Brian Turner vedeva la guerra dappertutto. Era diventato poeta, restando tuttavia stranamente freddo. Osservava le nostre miserie come un soldato abituato ad ammazzare…

Memoir del veterano di guerra Brian Turner, californiano, classe 1967, alle spalle anni di missioni almeno equivoche tra Bosnia e Iraq, La mia vita è un paese straniero risente profondamente della sua successiva e imprevista attività artistica. Turner, restituito a una vita da civile, dopo aver molto viaggiato ha trovato un equilibrio nella letteratura; ha pubblicato due libri di poesie (Here, Bullet e Phantom Noise e in questo suo frammentario esordio narrativo si respira decisamente un’andatura estranea al romanzo o ai racconti, fiutando piuttosto un pretenzioso diarismo da cameretta (reducismo coatto); se non fosse per l’atrocità e la cupezza dell’argomento, sarei tentato di definire “lirica” la sua scrittura, in più di un frangente. È un narratore che rifiuta che le sue pagine siano numerate, come in un taccuino moleskine; in questo libro, si possono ritrovare e riordinare i suoi frammenti soltanto grazie ai capitoletti numerati. Spiritualmente è molto complicato e forse inaccettabile leggere un libro di un veterano della guerra in Iraq in cui non viene discussa, nemmeno per errore, la politica della sua nazione: non c’è traccia di critica, non c’è traccia di diffidenza, non c’è l’ombra di un rimorso per aver combattuto in una guerra d’aggressione che è costata quasi due milioni di morti e ha sfigurato un territorio e destabilizzato molti equilibri secolari, in nome degli interessi economici e strategici angloamericani. Qualche lettore può giudicare certe descrizioni così brutali e scabrose da risultare respingenti, e quindi, in senso lato, edificanti e costruttive; probabile, ma forzatissimo che sia così. Sta di fatto che il sergente Turner si comporta in guerra non come un uomo, ma come un drone: sembra un aeroplano pilotato da un altro signore con un telecomando in mano; ha una scatola nera più grossa del normale, ma rimane sostanzialmente robotico. Non trovo poesia nemmeno nella tirata finale, che altri hanno trovato apprezzabile: “Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c’è spazio per tutto quello che devo portarci. L’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa. E anche se ne avesse, non vorrebbe”. Ti stupisce davvero, “poeta-soldato”? Che ti aspettavi? Per cosa hai combattuto?



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