La misura dello spazio

La misura dello spazio
Oggi qualunque turista è in grado di mettersi davanti a una costruzione (un museo una biblioteca un palazzo un mercato o una capanna) e riprodurne la forma nello spazio grazie a macchine fotografiche di semplice utilizzo. Quasi tutti i maggiori fotografi italiani che hanno ripreso anche il paesaggio e l’architettura, da Gabriele Basilico a Gianni Berengo Gardin, da Massimo Vitali a Paolo Rosselli, da Lorenzo Mussi a Duccio Malagamba e a Vittore Fossati, hanno cominciato a scattare – spesso sviluppando e stampando in autonomia - da giovani o giovanissimi, infilando tra l’occhio e l’obiettivo il proprio bagaglio culturale fatto di altre immagini, letture, musica ed esperienze personali. Benché la fotografia sia ormai considerata un’arte e a buon diritto sia entrata nei musei, nel suo rapporto con l’architettura – che proprio attraverso la fotografia ha avuto la possibilità di farsi conoscere anche a non addetti ai lavori e in parte dalla fotografia è stata influenzata - si ripropone l’annosa questione: la fotografia di opere architettoniche rappresenta più documentazione o interpretazione delle stesse? Se per alcuni fotografi il rispetto nei confronti del progetto e dell’architetto o dell’editore che ha commissionato gli scatti obbliga a mostrarne determinate caratteristiche che possono essere più o meno concordate prima del servizio fotografico, in generale convince quanto sostiene il fotografo e insegnante di fotografia Italo Zannier: “la fotografia è una rappresentazione del reale, che ha una grande porzione di documentazione, in quanto consente di vedere, di contare i mattoni, di avere un’idea molto realistica. In ogni caso rimane una trascrizione, una traduzione”. 
E non potrebbe essere altrimenti, com’è palese osservando le ventisei fotografie e leggendo le differenti opinioni sul tema degli altrettanti fotografi intervistati da Maria Letizia Gagliardi, docente e architetto come Alberto Pratelli e Massimo Rossetti con i quali ha ideato questo saggio sul rapporto tra fotografia e architettura. Sono opinioni di maestri e “mostri sacri” della fotografia, spesso fotografi di monumenti costruiti da architetti illustri anche grazie ai loro scatti, che nel libro si esprimono attraverso un’immagine da essi scelta per rappresentare il proprio lavoro e rispondono a 18 domande fisse che, tra le altre cose, ne raccontano il soggettivo rapporto con la fotografia, la carriera e la tecnica preferita, le idee sul legame tra architettura e fotografia, tra fotografia e tempo che passa, sul ruolo e la valenza delle riviste di architettura, su come nasce un libro di architettura. I dialoghi, in cui i fotografi parlano con chiarezza e riportano con generosità anche vicende personali (divertenti i vari approcci con architetti, editori, e padroni di casa), sono riuniti secondo tre suggestive letture personali dell’autrice, Architetture vissute, Brani di architettura e I luoghi del vivere, sono piacevoli da leggere e ricchi di spunti, anche per chi non è esperto di fotografia.

 

 

 

 
 
 
 
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