La mite

La mite

La donna e l’uomo di quando in quando si incontrano, quando lei si reca allo sportello del banco dei pegni dove lui è impiegato per consegnare qualche oggetto di un certo valore allo scopo di ottenere i soldi necessari a pagare la pubblicazione sul “La Voce” di annunci nei quali si definisce una brava governante in cerca di occupazione, disposta anche a viaggiare e a dare lezioni private. Questo è proprio l’inizio della loro storia. Lui nei primi momenti non fa molto caso a lei, com’è normale che sia, data la situazione, ma poi comincia a riconoscerla: esile, una biondina di media statura, impacciata, piena di vergogna, probabilmente con tutti, non solo con lui. Lui, che ora ricorda i primi tempi e non sa come fare ad andare avanti. Non è ancora solo, anche se già lei non c’è più. Domani la porteranno via da lì in una bara. Bianca…

Il lungo monologo di un marito, sconnesso e sconvolto, a tratti tra sé e sé, a tratti come se si rivolgesse a un giudice incaricato di sentenziare sul suo caso, e ci fosse qualcuno che stesse redigendo un verbale, che parla del suicidio della moglie. Una donna remissiva, in apparenza. Mite per definizione. In realtà una creatura determinata come poche, che non può nemmeno considerare l’idea di un compromesso. Piuttosto, la morte. Si dice che l’idea per questo testo straordinario, dallo stile modernissimo, asciutto e potente, sia venuta a Dostoevskij dall’attualità a lui contemporanea, da un’ondata di decessi che sconvolse la Russia: la prosa dell’autore de L’idiota è come sempre struggente, immaginifica, di raro acume nell’analizzare la psicologia, le luci e soprattutto le ombre degli animi dei suoi irresistibili personaggi.



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