La moglie di Dio

La moglie di Dio

Un condominio romano, nel pieno della calura estiva del 2014. Di sera, un’ambulanza è ferma davanti al palazzo. I soccorritori, insieme all’amministratore e altri condomini, si trovano davanti alla porta delle signore Sangallo, che non aprono. Si decide di buttarla giù. Di fronte al raccapriccio dei presenti, l’epilogo della convivenza di due sorelle isolate dal mondo: il cadavere di Saveria e Rosa, “fragile mucchio d’ossa” in stato confusionale. Il giorno dopo, l’amministratore condominiale torna nell’appartamento su richiesta di una nipote delle sorelle, Claudia. Girovagando per le stanze, trova le pagine di un lunghissimo diario, scritto da Saveria fin dalla prima giovinezza. L’uomo comincia a leggere e allo stesso tempo a indagare sul passato delle due sorelle Sangallo. Le pagine del diario, scritte con linguaggio forbito, narrano con dovizia di particolari la vita della famiglia nobile dei Sangallo, le terre dell’infanzia, l’agrumeto, poi la decisione del padre di spostarsi in città, a Reggio Calabria e infine a Locri, dove da latifondista il padre si trasforma in moderno direttore di fabbrica per la lavorazione dei bergamotti. Ma le pagine raccontano anche dell’odio per la sorella Rosa, sempre pronta a umiliare Saveria, a ferirla; raccontano del problematico fratello Carmelo; dei tipi poco raccomandabili che cominciano a circondare il padre in fabbrica, dai quali le Voci che Saveria sente dentro di sé urlano di stare alla larga…

Un uomo qualunque, patito di film e serie tv, mosso da curiosità, si improvvisa detective in compagnia di una “sosia di Penelope Cruz” per riannodare i fili del passato oscuro in terra grecanica delle due vecchie sorelle Sangallo, nobili decadute chiuse tra le pareti di un appartamento asfittico, e dei loro trascorsi con la ’ndrangheta negli anni ’50. La narrazione di Francesco Grasso, di professione ingegnere, segue due statici binari: la scialba indagine nella torrida estate romana (più che altro svolta tra le pagine virtuali di Wikipedia) e il diario di Saveria a cliché letterario necessario per scavare le pieghe del dramma e del mistero motore del testo: nel primo dei due binari risalta purtroppo il ripetitivo e meccanico leit motiv del cine-approccio a persone e situazioni – persone in forma di attori, situazioni in forma di situazioni di film – elemento che ostacola anziché far scorrere la scrittura, e che appesantisce il testo senza riuscire nei tentati tocchi ironici. Il secondo, il diario ritrovato, compone la parte più solida del romanzo, pur senza sorprese né decisi cambi di ritmo, verso il veloce finale. Difficile che in questo quadro slegato si profili una qualche forma di tensione fra le righe. E infatti non succede.



 

 

 

 
 
 
 

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