La montagna incantata

La montagna incantata
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Primi del ’900. Il giovane Hans Castorp, 23 anni, è rimasto orfano di entrambi i genitori da bambino, ha passato qualche anno col nonno paterno e in seguito si è trasferito a casa di uno zio della madre, anche lui come il defunto padre imprenditore e commerciante di Amburgo. Dopo i suoi studi come ingegnere navale, per il giovane è già pronto un rispettabile impiego nella ditta “Tunder & Wilms”, ma su consiglio di un medico preoccupato della salute non proprio di ferro del ragazzo si decide di inviarlo per qualche settimana in montagna, a Davos-Platz, nel Cantone dei Grigioni, sulle Alpi svizzere, dove - ospite del Sanatorio Internazionale Berghof - il cugino Joachim vive già da cinque mesi in seguito a una sospetta tubercolosi. Dopo un viaggio di due giorni in treno, Hans giunge a Davos-Dorf, dove lo accoglie il cugino, che in carrozza lo accompagna al Sanatorio. Qui Hans fa la conoscenza del carismatico primario Behrens, del suo assistente Krokowski, visionario pioniere della psicoanalisi, e soprattutto assaggia i ritmi e le abitudini della variegata comunità dei pazienti, che tra lunghi pisolini obbligatori in terrazza, visite e desinare conducono un’esistenza al di là del tempo spesso anche per anni e anni, fino alla guarigione o alla morte. Tra i personaggi più bizzarri i vicini di stanza di Hans, una coppia di russi di mezza età che passa la notte a sbaciucchiarsi e accoppiarsi rumorosamente, la giovane Hermine Kleefeld che fischia col pneumotorace, lo scalcinato e pittoresco italiano Lodovico Settembrini, allievo di Carducci, e soprattutto madame Chauchat, moglie di un laido e distratto funzionario russo, una giovane dal volto asimmetrico che ad Hans ricorda tanto quello di un compagno di scuola verso il quale da fanciullo si era sentito morbosamente attratto. Di madame Chauchat naturalmente Castorp si innamora subito, malgrado la donna abbia il vizio di sbattere sempre la porta quando la chiude, abitudine che Hans disprezza sommamente. Le tre settimane di permanenza al Sanatorio passano velocemente, ma poco prima di partire, Castorp si sottopone a una visita medica e il professor Behrens lo persuade a rinviare la partenza in attesa di chiarire meglio le sue condizioni di salute, che paiono incerte. La vacanza di Hans Castorp sta per trasformarsi in ricovero...

La montagna incantata di Thomas Mann è considerato uno dei romanzi-pilastro del ’900, e considerando lo spessore - anche fisico - del libro (una sleppa di quasi 800 pagine) direi che il ’900 è decisamente antisismico. Ironicamente il romanzo nasce come racconto breve nel 1912, a seguito del ricovero della moglie di Thomas Mann nel sanatorio del dottor Friedrich Jessen a Davos, in Svizzera. Il lavoro sul testo fu interrotto dallo scoppio della Grande Guerra, ma come si sa non tutto il male viene per nuocere, e l’esperienza del tragico conflitto mondiale fece maturare in Mann una serie di riflessioni culturali e direi antropologiche che confluirono tutte in quello spunto di racconto satirico trasformandolo in un romanzo-monstre, finalmente completato nel 1924 e pubblicato in due volumi da S. Fischer Verlag a Berlino. Il Sanatorio Internazionale Berghof è abbastanza chiaramente un’allegoria della cultura europea con le sue contraddizioni, i suoi vizi, la sua decadenza, le sue malattie: c’è il borghese arrivista, il reazionario moralista, il voltairiano anticonformista ma non troppo; ci sono il materialismo, il Romanticismo e la psicoanalisi nascente; ci sono infine pacifismo e militarismo alla vigilia della tragedia immane della I Guerra Mondiale. C’è tutto di un’epoca, forse troppo - non vorrei sembrare eretico, ma oggi un manoscritto del genere nelle mani di un editor sarebbe stato profondamente snellito - l’istantanea struggente del tramonto della Belle Époque e dell’avvento della modernità: rumorosa, sanguinaria, perversa, efficiente, frenetica, spietata.



 

 

 

 
 
 
 

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