La morbidezza degli spigoli

La morbidezza degli spigoli
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Alex entra nella station wagon malandata. Sulla porta di casa restano Jody e Sam, otto anni, che si nasconde dietro la mamma e cerca di coprirsi con le mani occhi e orecchi per non sentire il rumore del motore, troppo forte per lui che è un bambino autistico. Jody si avvicina la finestrino dell’auto. Ha gli occhi lucidi mentre gli dice di aver cura di se stesso, di fare chiarezza, si asciuga rabbiosamente una lacrima, poi si accorge dell’espressione colpevole e dolorosa di Alex e lo sguardo si ammorbidisce. Alex parte, quando si volta verso di loro non ci sono più. La porta è chiusa. Dieci anni di vita insieme potrebbero essere finiti in quel momento. È stato amore a prima vista tra loro, poi la repentina notizia della gravidanza e la scelta gioiosa di diventare una famiglia, nonostante la giovane età. La nascita di Sam, bellissimo e difficile fin dall’inizio, le notti insonni, i pianti inconsolabili, l’impotenza e la frustrazione, superati con fantasia e ironia. Poi qualcosa si è spezzato. Ora Alex si accampa nella camera degli ospiti di Dan, amico da sempre, single impenitente, che lo accoglie nel suo appartamentino ultramoderno per tutto il tempo che vorrà. Alex buttato sul materasso gonfiabile, che inesorabilmente perde aria, sprofonda in un luogo da cui non gli è possibile fuggire…

La morbidezza degli spigoli è principalmente un romanzo tenero e intenso sull’importanza di cambiare prospettiva nei momenti difficili della vita, su quanto l’amare una persona porti a trovare nuove soluzioni e strumenti di comunicazione alternativi. Tante e importanti le tematiche affrontate: le relazioni di coppia, il rapporto genitori/figli, il lutto, l’innamoramento, la scuola, l’amicizia, ma anche la riabilitazione di una parte dei videogame. Keith Stuart ha scritto A Boy Made of Blocks (titolo originale molto più azzeccato di quello italiano!) spinto da uno dei suoi direttori, che gli ha suggerito di approfondire e ampliare i concetti da lui pubblicati sul “Guardian” in un articolo di valutazione del videogioco Minecraft. Basandosi sull’esperienza personale con Zac, il figlio autistico, il giornalista afferma che questo videogame ‒ una sorta di lego multimediale il cui scopo è costruire e trovare soluzioni originali ‒ è un potente strumento relazionale. Niente a che vedere con aggressività e violenze di tanti altri giochi. Stuart ha scoperto quanto tale attività condivisa abbia creato preziose occasioni di interazione con il figlio, ampliato il vocabolario del ragazzo, migliorato le sue relazioni sociali, poiché il videogame è diventato un luogo virtuale d’incontro e primo passo per l’aggregazione tra coetanei. Un universo da esplorare e modificare secondo regole semplici e chiare, una sorta di palestra digitale, una metafora interattiva sull’amicizia e la collaborazione, per arrivare a una graduale comprensione del mondo reale, pieno di sfumature e ambiguità spesso incomprensibili, che possono spaventare le persone autistiche, ma anche chi è confuso e in crisi. Emozionante, complesso e profondo.



 

 

 

 
 
 
 

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