La morte degli dei

341 d. C., Cesarea, Cappadocia. Nella piccola taverna gestita dall'armeno Sirax, davanti a un bicchiere di vino vecchio e a un pezzo di formaggio di capra siedono Marco Scudilio, tribuno militare della XVI Legione, e il vecchio centurione Publio Aquila. Scudilio ghignando sta spiegando al compare di bevute come conta di tornare nelle grazie del potente prefetto Elvidio, adirato con lui perché ritiene – a ragione – che la sua prostituta preferita si sia invaghita dell'aitante tribuno. Non lontano da Cesarea, nella fortezza di Macellum, sono rinchiusi Giuliano e Gallo, 10 e 18 anni, cugini dell'imperatore Costanzo, nipoti di Costantino il Grande e “ultimi discendenti della sventurata stirpe dei Flavi”. Costanzo ha fatto uccidere loro padre per timore che aspirasse al trono e ora i due ragazzi vivono nel terrore, Scudilio, per compiacere l'imperatore, vuole prendere l'iniziativa e far fuori quei due scomodi ostaggi. Quindi, alla guida di un manipolo di soldati, fa irruzione a Macellum in piena notte...
È del 1895 questo romanzo del russo Dmitrij Sergeevič Merežkovskij, primo capitolo di Cristo e Anticristo, una trilogia di romanzi storici che ebbe all'epoca un enorme successo di vendite, rendendo ricco il suo autore. Merežkovskij – filosofo prima che scrittore e poeta, fondatore della rivista Novyj put′ (La nuova via) – fu una figura controversa: inviso alle autorità zariste per le critiche rivolte alla Chiesa ortodossa e al tempo stesso bersaglio dei bolscevichi perché ritenuto un reazionario, fan della rivoluzione di febbraio 1917 ma esule a Parigi dopo la rivoluzione d'Ottobre, pensatore eretico ma figura assai stimata dall'elite reazionaria europea. Qui Giuliano – del quale l'autore russo per primo intuisce le potenzialità come protagonista di un'opera di fiction - viene visto non come un paladino anticristiano ma come il simbolo delle contraddizioni e del dolore di un’epoca di passaggio, inadeguato ma romantico antieroe della disperata utopia sincretica di Merežkovskij, che anelava a una sintesi ardita tra il mondo pagano ed ebraico (l’Età del Padre) con la sua “religione della carne” e il cristianesimo (l’Età del Figlio) con la sua “religione dello spirito” in una escatologica Età dello Spirito Santo, un mondo nuovo in cui fosse possibile l’armonia tra “la gioia di vivere ellenica e l’amore e la rassegnazione cristiani”. La morte degli dei però non è un “conte philosophique”, bensì un antesignano dei romanzi storici di oggi, con una miriade di personaggi, azione e passioni. Un affresco avvincente e moderno che ci fa rimpiangere che, come scrisse Nina Nikolaevna Berberova, “Ben presto, in Merežkovskij, il filosofo schiacciò l'artista”.

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