La morte del fiume

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Da tanti, troppi anni Stefano Calzolari non torna a Lucca, la sua città natale. Così, quando la ditta per cui lavora a Roma gli propone di recarsi proprio lì per un’ispezione, lui accetta di buon grado. Giunto a destinazione, si concede una lunga passeggiata alla ricerca dei luoghi della sua infanzia. Si allontana ben presto dal centro e cerca le rive del fiume Serchio, l’Esare degli Etruschi, “i luoghi delle malizie sfrenate, delle estasi solitarie, delle contemplazioni, dei gridi e delle bestemmie con cui, assieme all’altra marmaglia, rompeva il silenzio”. Ma Stefano stenta a riconoscere ciò che vede attorno a lui: al posto dei larghi prati che ricordava ci sono file di villette. Lo pervade un piccolo smarrimento, un dispiacere che lui cerca di superare dicendo tra sé e sé che “è come, a sessanta anni, andare a letto con la donna spasimata a diciotto”, senza riuscirci molto. Giunto alle rive del Serchio, cercando “l’ombra del muschiato sottobosco dei pioppeti”, “il bianco letto del fiume” e “l’acqua veloce”, l’uomo ha una profondissima delusione: gli argini sono coperti di immondizia, una terribile puzza ammorba l’aria. Anche l’acqua del Serchio è tutt’altro che limpida, “un liquido opaco, marrone scuro”. Gli occhi di Stefano Calzolari si riempiono di lacrime. Prende dunque con la morte del cuore la via del ritorno verso il centro di Lucca e scorgendo sul cancello di un’anonima villetta una targa con il cognome Gambogi – assai diffuso nella zona – gli torna alla mente la storia di Zita, un grande scandalo degli anni della sua infanzia. E di nuovo scatta la dolce trappola della memoria: ripensa al piccolo quartiere povero in cui è cresciuto, in via del Panificio, a ridosso delle mura della città. Era il 1920. Ripensa a quei palazzi dalle facciate deserte e silenziose e ai loro cortili interni in cui “l’immagine si rovesciava”: pieni di finestre sempre aperte e “da una finestra all’altra lo scambio delle conversazioni ferveva; un brusio continuo, qualche parola alta, qualche richiamo, qualche protesta, non poche liti, battibecchi si incrociavano”. Un rumore di fondo che andava avanti tutta la giornata e che riguardava esclusivamente la vita che si svolgeva nel piccolo quartiere, “nel perimetro dei quattrocento metri, perché al di là di quella misura l’informazione era rara ed apparteneva ad un mondo straniero”…

Guglielmo Petroni fu per molti anni, sino al 1990, presidente del Sindacato Nazionale Scrittori: si batté come un leone per la riforma della legge sul diritto d’autore e molti nell’ambiente dell’editoria lo ricordano per questo. Ma la sua è stata una figura abbastanza sui generis nel panorama letterario italiano del dopoguerra: nato nel 1911 da una umilissima famiglia di calzolai lucchesi, non andò mai a scuola e restò semianalfabeta fino all’adolescenza, per poi imparare a leggere e scrivere da autodidatta. A circa vent’anni scoprì prima la pittura e poi la poesia e curiosamente la scelta di appassionarsi, lui di famiglia povera, alla cultura, la visse sempre non come un riscatto ma come una specie di tradimento delle sue radici e del ruolo che il destino gli aveva assegnato. Dopo aver conosciuto Montale, Gadda, Palazzeschi, Vittorini, Bonsanti, Landolfi, Luzi e altri, fu tra i fondatori della rivista “Letteratura” e disegnatore per “Il Selvaggio” di Mino Maccari e “L’Italiano” di Leo Longanesi. Trasferitosi a Roma, sul finire degli anni Trenta divenne caporedattore di “Prospettive”. Maturava in quegli anni una profonda avversione per il fascismo, così durante l’occupazione nazista aderì alla Resistenza, ma nella primavera del 1944 fu arrestato dalle SS, rinchiuso nel carcere di via Tasso e qui torturato e condannato a morte, salvandosi solo grazie alla fuga dei nazisti e all’arrivo delle truppe alleate a Roma. Da questa esperienza nacque il suo libro migliore, Il mondo è una prigione. Molto meno memorabile è questo La morte del fiume, che pure si aggiudicò il Premio Strega 1974, battendo in finale scrittori del calibro di Achille Campanile e Rosetta Loy. Si tratta di un viaggio in un passato personale e collettivo che va scomparendo, in cerca di tracce ormai cancellate: Stefano Calzolari (alter ego di Petroni) assiste al cambiamento inesorabile del mondo – con una attenzione all’ecologia abbastanza inedita ai tempi della pubblicazione, peraltro – con profondo dolore. Ma questa è solo una lettura superficiale del libro: questo non è infatti solo un viaggio nella memoria (e per nulla nostalgico, senza alcun tono elegiaco), vuole essere “un tramite per il quale l’autore ci fa entrare nel vero delle cose”, come scrive acutamente Ottavio Cecchi. Operazione però poco riuscita, quello che arriva al lettore sono alcuni flashback dell’infanzia e della giovinezza sullo sfondo prima dell’ascesa del fascismo e poi della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. Flashback per giunta brevi, poco affilati, che non emozionano poi molto e che non rimangono impressi nella memoria (nostra). E il destino di questo breve, asimmetrico memoir è stato infatti l’oblio, dato che dopo l’edizione premiata allo Strega La morte del fiume non è mai stato ristampato se non dal piccolo editore lucchese Pacini Fazzi nel 2011.



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