La morte dell’erba

La morte dell’erba

Anni ’50, Inghilterra. I Beverley da quasi due secoli coltivano le fertile terra di Blind Gill, a un’ora di strada da Stavely. La valle, solcata da un fiume vorticoso che proprio qui emerge dal suo percorso sotterraneo, è fatta a forma di imbuto, lunga circa 5 chilometri e larga forse 800 metri, con un solo ingresso tra l’altro molto angusto, stretto fra scoscese pareti di roccia. Un paradiso agreste isolato dal mondo, che i fratelli John e David Custance hanno ereditato dal nonno materno. Ma John ha preferito trasferirsi a Londra per fare l’ingegnere e metter su famiglia, mentre David - eterno scapolo - è rimasto solo nella valle a coltivare la terra e allevare bestiame, lontano dalla modernità. E lontano dalle notizie che allarmano il mondo: l’Asia sta affrontando una mostruosa carestia causata da un virus, denominato “Chung-Li”, che ha distrutto tutte le piantagioni di riso e sta diffondendosi in tutto il pianeta nonostante le draconiane misure di sicurezza approntate dai governi. Qualche mese dopo i tentativi di debellare Chung-Li portano a un’evoluzione drammatica: si diffonde una varietà del virus che non si limita ad uccidere il riso, ma tutte le graminacee. La produzione di grano si azzera. Molte nazioni precipitano nel caos e nella barbarie. David Custance inizia a costruire una palizzata che renda la valle di Blind Gill completamente inaccessibile dall’esterno e invita i suoi familiari a raggiungerlo. I viveri vengono razionati ovunque, il panico cresce malgrado i giornali e la tv diffondano notizie rassicuranti. John Custance viene avvertito dal suo migliore amico Roger Buckley, che si occupa delle Relazioni pubbliche al Ministero della Produzione, che il Primo Ministro appena eletto, l’estremista Welling, ha un piano segreto per garantire la sopravvivenza del Regno Unito: distruggere le città più grandi a colpi di bombe atomiche e riconvertire tutto il terreno alla coltivazione di patate per sfamare i sopravvissuti. L’unica via di fuga è raggiungere Blind Gill…

Pubblicato nel 1956, La morte dell’erba (titolo brutalmente geniale talmente è didascalico e semplice) è il secondo romanzo di Sam Youd - John Cristopher è solo uno dei numerosi pseudonimi di questo autore di Liverpool - e quello che ha sancito la fine della sua carriera di impiegato pubblico e l’inizio di quella di scrittore a tempo pieno. È la cronaca breve e lineare, senza tanti fronzoli stilistici, della caduta nella barbarie di una nazione occidentale ai tempi della Guerra Fredda. Due famiglie della middle-class britannica (con l’aggiunta decisiva di una coppia molto sui generis costituita da un gelido e letale armaiolo e dalla sua giovane compagna dai costumi molto “rilassati”) devono fuggire da Londra forzando posti di blocco militari e attraversare il Paese verso nord, mentre le convenzioni sociali crollano e tutto diventa “homo homini lupus”. A colpire il lettore come un maglio non è la trama, il tema ambientale (appena sfiorato, del resto) o, figuriamoci, lo stile letterario: è la rapidità con cui la violenza diventa la regola, non solo nel mondo in cui i protagonisti si muovono, ma anche – e qui sta la grande novità del romanzo – nella testa dei protagonisti stessi. Ne La morte dell’erba i “buoni” uccidono senza esitazioni, senza rimorsi e persino senza motivo. Dopo un centinaio di pagine di stupri, rappresaglie sanguinose, esecuzioni e agguati, il viaggio verso la valle della salvezza giunge al termine e il romanzo si chiude frettolosamente, lasciando in sospeso la trama. Oggi ne avrebbero tratto minimo una trilogia.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER