La morte di Bunny Munro

La morte di Bunny Munro
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 
Immagina solo per un attimo di trovarti in una stanza del...  come si chiama? Ah, sì, Grenville Hotel. Tu, sul letto, in mutande, una sigaretta tra le labbra che ti fuma negli occhi, una bottiglietta mignon di brandy in una mano e la cornetta del telefono nell'altra. Dall'altra parte del filo tua moglie che non la finisce di lamentarsi su come è depressa, su come le vengono crisi di pianto, su come ha paura di un tizio che in qualche cazzo di centro commerciale a nord ha seminato morte e panico con delle corna da diavolo di plastica sulla testa. Probabilmente quella scema di Libby ha smesso di prendere i fottuti psicofarmaci, ecco cos'è. “Mi ami?” ti chiede piangendo – quasi implorando, merda – tua moglie, e tu giuri di sì, attento a non mostrare l'impazienza che ti divora da un bel po' di minuti. Finalmente Libby attacca, e tu puoi dedicarti alla puttana color cioccolato che hai assoldato per la serata che stava lì a guardarti scocciata dalla porta del cesso. La mattina dopo fai mente locale: ti chiami Bunny Munro, fai il rappresentante di prodotti cosmetici (creme per il corpo, antirughe, cazzate del genere), porti giacche chiassose e cravatte superkitsch, hai i capelli un po' rockabilly ma un discreto batacchio sempre in tiro e un viso che alle donne non dispiace affatto. Per esempio, la cameriera sovrappeso del bar dove stai facendo colazione senti che te la potresti scopare, volendo. E infatti te la scopi, e quando entri in macchina e vedi che è mezzogiorno passato e ancora non sei da tua moglie hai solo un piccolissimo, momentaneo senso di colpa che passa subito alla vista di tutte le fiche che girano per la strada: cazzo, il mondo sembra letteralmente traboccare di fiche. Una capatina in ufficio dal tuo principale – campione galattico di barzellette sporche – e poi dritto a casa. Il tempo di sbirciare i capezzoli della vicina quattordicenne che incroci per le scale e poi entri nel tuo appartamento: uno strano buio, un insolito disordine, il silenzio rotto solo dalle tue scarpe che sbriciolano un tappeto di Coco Pops sul pavimento. C'è qualcosa di sinistro nel modo in cui tuo figlio Bunny jr, quel cazzo di piccolo idiota di 9 anni, ti dice che Libby si è chiusa in camera sua e non vuole uscire. In camicia da notte arancione, tua moglie è impiccata alla grata della finestra...
Secondo romanzo  a distanza di vent'anni per Nick Cave, tenebroso cantautore australiano frontman prima dei Birthday Party poi dei Bad Seeds. Se il suo discorso musicale lo ha portato dal goticismo degli inizi a una (almeno parziale) riscoperta di sound più tradizionalmente rock e finanche folk, la sua scrittura sembra aver seguito un percorso simile: dagli esibizionismi para-dark e gli sperimentalismi di E l’asina vide l’angelo siamo infatti approdati a un crudo esistenzialismo bukowskiano, pura poesia delle quattro S (sesso,  satira sociale e solitudine). A colpire di più allo stomaco non sono però le scene violente, le sequenze hot, il linguaggio volgare o le iperboli kitsch: è il vuoto pneumatico dei rapporti tra i membri della famiglia di Bunny Munro, siano essi una moglie tradita e ingannata o un bambino disprezzato. Il percorso di redenzione del laido protagonista – talmente spregiudicato e autoindulgente da risultare quasi candido – si accompagna a una visione da incubo della provincia inglese (le periferie popolari della città balneare di Brighton, essenzialmente) e a una sottotrama spruzzata di noir che segue le nefaste imprese di un bizzarro serial killer che percorre l’Inghilterra da nord a sud come un araldo di sterminio. Non sarà roba originalissima, ma cazzo se funziona.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER