La morte a Venezia

La morte a Venezia
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Alla soglia dei cinquant’anni lo scrittore Gustav von Aschenbach ha ottenuto quel titolo nobiliare (quello che gli ha meritato il von, appunto) grazie al suo talento “fatto per conquistare al tempo stesso la fede del largo pubblico e l’ammirata ed esigente partecipazione dei raffinati”. Una vita consacrata all’arte la sua, dedita alla misura, alla disciplina, al rispetto della forma come sinonimo di eticità. All’improvviso l’artista prova un bisogno imperioso di rompere gli schemi e viaggiare. Dopo qualche esitazione la scelta cade su Venezia, dove Aschenbach alloggia in una suite all’hotel des Bains.  Tra gli altri ospiti una famiglia polacca della quale fa parte un adolescente bellissimo, che la prima volta lui vede abbigliato alla marinara. Subito l’uomo prova una curiosità e un interesse nei suoi confronti e prende a seguirlo spesso con gli occhi, a volte incrociandone lo sguardo. Tadzio – lo sente chiamare così – diviene un’ossessione e presto per Aschenbach quella insana passione diviene un tutt’uno con l’atmosfera malata che si respira a Venezia. Sulla città, infatti, soffia lo scirocco, umido e carico di cenere, il cielo è plumbeo e la laguna pare emanare effluvi mefitici. In effetti un’epidemia di colera comincia a diffondersi, ma quando Aschenbach potrebbe andar via un po’ le circostanze, un po’ la sua volontà glielo impediscono: non può, non vuole lasciare quegli “strani occhi di un color grigio crepuscolo”…

L’idea di questo racconto lungo di Thomas Mann, pubblicato nel 1912, nasce l’anno prima, durante una vacanza dell’autore con la moglie a Venezia. I piani narrativi e i temi esistenti sui quali si potrebbe argomentare sono molti. Quello che però appare più evidente è certamente quanto il racconto rappresenti il frutto maturo del decadentismo europeo, esemplificato qui tanto nell’ambientazione veneziana quanto nel protagonista. Aschenbach (figura ispirata al compositore Gustav Mahler, ma anche – anzi soprattutto, pare - all’artista omosessuale August von Platen, morto di colera in Italia) è l’artista  nel cui animo volontà di perfezione e illecito desiderio di dissolutezza (per dirla con Nietzsche, apollineo e dionisiaco) si combattono. Destinato a soccombere, il suo è un eroismo della debolezza, la sola forma di vero eroismo: per questo Aschenbach si abbandona alla passione patologica per il giovane Tadzio. Non c’è soluzione alcuna: non può tornare indietro verso l’accettazione della vita come fenomeno estetico, né accettare l’irruzione della vitalità barbarica e distruttrice. E muore. In quella scena finale, esteticamente perfetta, rievocata da Luchino Visconti nella versione cinematografica del romanzo del 1971. E poi c’è Venezia, nella sua bellezza decadente e malata, mai come qui così morbosa e pericolosamente affascinante. La morte informa tutto il racconto, l’atmosfera è infernale; la caduta di Aschenbach, occhieggiando al mito, richiama la discesa agli inferi in un crescendo di climax che termina con la morte. Ma c’è talmente tanto altro in questa settantina di pagine, in ogni particolare descritto, che numerose sono le citazioni in diversi film e canzoni. Una lettura imperdibile, insomma, un piccolo capolavoro della lettura mondiale che tutti dovrebbero leggere.



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