La moto di Scanderbeg

La moto di Scanderbeg

In Calabria in un assolato giorno d’estate Lidia racconta al figlio la sua storia d’amore con Scanderbeg. Lidia ha quindici anni e si trova intenta a lavare i panni vicino ad un ruscello, al fondo di un burrone, quando avverte il suono di una motoretta lungo una mulattiera ripida e sassosa. È lui il giovane che tutti in paese chiamano con quello strano soprannome che la chiama con gli occhi, che la invita a raggiungerlo. Lidia, vieni, vieni da me. La ragazza allora lascia le lenzuola lungo il greto e lo raggiunge dietro un’erica gigante. Scanderbeg le dà un bacio, il primo bacio della sua vita e le sussurra all’orecchio: “Lidia amore mio, stasera vengo a farti la serenata”. Poi in groppa alla moto sale verso su, in paese. Lidia avverte il frinire delle cicale e il cinguettare degli uccelli ma è il cuore che le sta scoppiando in petto. Le anziane vicine di casa che l’aiutano a lavare si scambiano uno sguardo veloce chiedendosi in quale modo quel ragazzotto sfrontato è arrivato giù al burrone con la motocicletta senza cadere per via del sentiero accidentato e pieno di sassi e soprattutto senza farsi male. Alla ragazza però non dicono nulla. Arrivate a casa vanno dritte dal padre e raccontano di quel bacio dato da Lidia a Scanderbeg sotto l’erica. La sera il padre sgrida la ragazza e le proibisce di vedere il giovane innamorato. Mentre Lidia piange disperata, chiusa tra le quattro mura di casa qualcuno canta sotto la finestra...

Carmine Abate incentra il romanzo intorno alla figura di un protagonista del movimento contadino degli anni Quaranta in Calabria, regione di nascita dell’autore. Sono gli anni delle feroci lotte per la terra, gli anni in cui la politica fascista reazionaria e “borghese” si pone accanto ai latifondisti lasciando in miseria i contadini ai quali non resta altra strada che emigrare. Nel romanzo i dati reali legati in particolare alla strage di Melissa (Crotone) dell’ottobre 1949 vengono trasfigurati in quanto l’autore più che addentrarsi nella realtà storica cerca di dar risalto al coraggio di un’intera generazione di contadini calabresi che per sfuggire alla miseria ed alla prospettiva dell’emigrazione forzata lottavano per avere terreni da coltivare, quei terreni che i nobili lasciavano improduttivi e che sarebbero stati idonei a sfamare intere generazioni. L’autore a capo delle proteste colloca Scanderbeg, un giovane idealista che porta un soprannome iconico e identificativo dell’intera etnia arbëreshë, cui orgogliosamente sente di appartenere anche il romanziere. La popolazione calabrese difatti è composta da diverse minoranze e tra esse, quella italo-albanese è la più numerosa. È una nazione in senso linguistico e culturale che si definisce Arberia e che a partire dal 1400 si è concentrata in tutto il Sud Italia ma soprattutto in Calabria. Della madre patria, gli arbëreshë conservano, oltre alla lingua, anche le tradizioni e soprattutto l’orgoglio di essere discendenti dal patriota Giorgio Castriota Scanderbeg, il condottiero che eroicamente lottò per liberare l’Albania dal dominio turco a metà del 1400. Sia pur con i richiami interessanti ai dati storici che abbiamo illustrato disseminati qua e là tra le righe del romanzo, la dimensione narrativa di Abate è tuttavia nel senso dello scritto psicologico in cui il giovane protagonista Giovanni, figlio di Lidia e di Scanderbeg, inquieto e insoddisfatto si agita alla ricerca di una propria dimensione esistenziale intendendo emanciparsi a tutti i costi dai retaggi del mondo contadino dei genitori e ciò in una situazione di continuo spaesamento al contatto con realtà nuove e diverse rispetto a quella del luogo in cui è nato.



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