La nave delle anime perdute

La nave delle anime perdute

Con l’unità d’Italia, le guerre e la tirannia straniere sono ormai distanti e il mondo intero sembra a portata di mano. Giovanbattista Parodi, figlio di un eminente armatore genovese, entra così nella Regia Marina Italiana per terminare gli studi da medico militare, assecondando il volere del padre. Per non deluderlo accetta con distaccata rassegnazione un mondo che non è il suo. Prende servizio come medico di bordo sulla corazzata “Palestro”, ma la sua permanenza a bordo è breve: scoppia la guerra contro l’Austria e la Regia Marina viene disastrosamente sconfitta a Lissa. E mentre in casa lo piangono come morto, Giovanbattista in realtà è fuggito disertando alcuni giorni prima che la nave esplodesse. Torna a casa in incognito ma il padre lo ripudia, cacciandolo non solo dalla propria casa, ma dall’Italia. Fuggito a Marsiglia trova lavoro come secondo ufficiale medico sul “Neptuno”, la nave che divora le anime…

Nella lingua kiswahili di origine Bantu, parlata in tutta l’Africa subsahariana, la parola maafa viene usata per definire l’Olocausto africano. Con questo termine oggi si identifica il genocidio storico contro i popoli africani causato dalla schiavitù, dall'imperialismo, dal colonialismo e dall’apartheid. Fra il XVI e il XIX secolo si ritiene siano morte oltre 10 milioni di persone come conseguenza diretta della tratta atlantica degli schiavi: uomini, donne e bambini trasportati attraverso l’Oceano Atlantico sulle navi negriere, verso le Americhe. Molti morirono durante i trasporti, altri a causa di malattie dopo aver lasciato il proprio continente ed essere giunti nel Nuovo Mondo. Tutti furono vittime di violenza e oppressione. La storia narrata in questo romanzo si ispira all’ultimo viaggio documentato di una di queste navi, quando ormai il commercio di esseri umani era stato dichiarato illegale quasi ovunque. Alcuni dei personaggi citati sono di pura invenzione altri sono realmente esistiti, così come sono vere le descrizioni delle torture subite dagli africani deportati. Come scrive l’autore: “anche il solo parlarne, per quanto sia un giusto tributo alla memoria, non allevia chi le subì e fa male a chi scrive”. Alberto Cavanna riesce a denunciare una cruda realtà storica senza cadere in superficiali dicotomie e stereotipi, raccontando quanto la disumanizzazione del sistema schiavista mortifichi qualsiasi sentimento. Ma, come scrive il protagonista del romanzo alla fine del suo ultimo viaggio: “Il nostro egoismo, la nostra freddezza verso il dolore altrui che tolleriamo perché provato da esseri diversi da noi, il castello silenzioso delle ragioni con cui scagioniamo la nostra ingiustizia e l’arbitrio con cui giustifichiamo la nostra insensibilità nei confronti degli altri sono la nostra condanna”.



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