La nave per Kobe

La nave per Kobe
“Mio padre un giorno mi ha regalato questi quaderni, dicendo «Ti riguardano, prendili». Ho cominciato a sfogliarli e mano a mano che andavo avanti ero acciuffata dalla commozione. Il passato ha la capacità di saltarti addosso a tradimento attraverso una fotografia, una lettera”. Il 31 ottobre del 1939 la nave “Conte Verde” salpa da Brindisi per raggiungere il Giappone. A bordo si trova la giovane coppia formata da Topazia Alliata e Fosco Maraini, insieme alla primogenita Dacia. Le tappe del viaggio sono numerose: Aden, Bombay, Singapore, Hong Kong si susseguono nei ricordi, negli appunti e nelle fotografie che documentano la traversata. Topazia è lieta di notare come la figlia Dacia affronti serena il mare, e conquisti le simpatie delle tate e dei camerieri che si occupano di lei e la viziano con premure e dolciumi. L’amore verso il marito si accompagna al desiderio di cominciare una nuova vita, mettere radici e costruire le fondamenta della loro famiglia. Quando finalmente la meta è raggiunta un altro tassello arricchisce la loro esistenza, il 10 luglio del 1939 nasce la secondogenita Luisa Yukiko e la giovane madre nota con emozione come sia intenso il legame che si crea tra le due sorelle, mentre quello di Dacia col padre si rafforza. Un’esistenza fatta di esperienze multiculturali e rivelazioni profonde sull’animo umano e la vita. Un periodo quasi idilliaco prima della terribile svolta che li porterà a trascorrere tre anni in un campo di concentramento per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò…

Leggere i diari giapponesi della madre ha offerto a Dacia Maraini la possibilità di conoscere una parte di sé che aveva dimenticato. L’immagine di una bambina che è molto diversa dalla donna che è diventata, ma della cui indole sono percepibili le radici. Agli appunti di Topazia, nata nel 1913 e morta nel 2015 all’età di 102 anni, la scrittrice alterna le proprie riflessioni e i ricordi di quel periodo. L’amore per il padre, deluso nel suo desiderio di avere un figlio maschio, spesso assente per via del lavoro di etnologo, ma capace di trascinare Dacia in avventurose gite. Il rimpianto per un’epoca in cui i viaggi avevano un altro sapore, quando le lunghe traversate per mare davano una diversa percezione delle distanze, la lentezza nutriva le aspettative e il gusto dell’approdo lasciava emozioni intense. Ai momenti piacevoli si intrecciano i rimpianti, come il non aver conosciuto la nonna Yoi, morta durante la guerra, la fame sofferta al campo di concentramento di Nagoya e la povertà al rientro in Sicilia quando risiedevano nella maestosa villa Valguarnera. Le difficoltà legate al dualismo linguistico, una doppiezza che genera in lei un’insicurezza difficile da gestire. Il nome Dacia deriva da San Dazio martire, vescovo di Milano nel 552, nome tramandato per lungo tempo nella famiglia Alliata. Il libro, omaggio filiale e allo stesso tempo interessante documento per comprendere un periodo storico di transizione e le abitudini di una famiglia italiana in Giappone, riporta una corposa riproduzione dei diari originali e delle foto che li corredavano.

 

 

 
 
 
 

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