La nebbia del passato

La nebbia del passato
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Appena varcata la soglia di quella vecchia dimora incastonata tra i palazzi di un quartiere di Cuba un tempo altolocato, il Conde ha uno dei suoi strani presentimenti. Una folata di vento caldo gli solletica le narici abituate all’odore pungente della carta, tanto che in presenza di quei tesori, custoditi in una biblioteca ormai dimenticata del Vedado, non può contenere il suo istinto da cercatore di vecchi libri, né riesce a reprimere il suo fiuto da ex poliziotto ormai in disarmo da anni. Quella custodita dai fratelli Dionisio e Amalia Ferrero è una cassaforte del tempo in cui tre generazioni di Montes de Oca hanno stipato tesori di inestimabile valore. Volumi pregiati illustrati a mano, prime edizioni di introvabili manuali di storia e di cucina tradizionale cubana, perle di carta che ogni rivenditore o collezionista di libri antichi farebbe carte false anche solo per annusare. È tra le pagine di una di queste pregiate reliquie che Mario Conde trova un vecchio ritaglio di giornale: è riportata una notizia del maggio 1960, l’addio di Violeta del Rio, cantante di bolero dai grandi occhi scuri e capelli neri che profumano di peccato. Che ci fa l’ormai dimenticata “Dama della Notte” tra le pagine di quell’antico ricettario sepolto dal tempo? Il Conde percepisce d’istinto che dietro quegli occhi di velluto si cela un mistero ancora irrisolto…

La flemmatica andatura del protagonista di Padura Fuentes ci accompagna ancora una volta nel ventre de L’Avana, tra le budella inanellate di una città volubile e dal cuore tragico, come le note amare del bolero intonate da Violeta in Vete de mi, quell’unico disco inciso prima di lasciare le scene dei club degli anni ‘50. Ora ‒ trascorsi quarant’anni ‒ il ricordo di quella pelle scolpita nell’ambra sembra aleggiare tra le nebbie della memoria del poliziotto bibliofilo di Cuba. Pagine in cui si respira un’aria decadente, da “arsenico e vecchi merletti”, memoria di un fulgore ormai perduto e descritto da parole snocciolate come filigrana. Dionisio e Amalia, ormai in là negli anni e con l’ultimo barlume di decoro attaccato alla pelle, sono precipitati nella povertà che accomuna le genti dell’isola di Fidel, ma custodiscono l’eredità e i segreti dei Montes de Oca. Le memorabili figure del pragmatico Yoyi e del fraterno amico Carlos ‒ amante devoto di alcol e nicotina ‒ accompagnano Conde, perfettamente a suo agio in Plaza de Armas, ombelico brulicante di turisti in cui fa affari con i più biechi venditori di tesori bibliografici. Conde che ha l’istinto della caccia e come un segugio segue le orme di Violeta “(…) Sembrava che i boleri li recitasse più che cantarli, e quando si lasciava trasportare dalla melodia la gente si zittiva, si dimenticava di bere, perché lei era una strega che ipnotizzava tutti”. La scrittura di Padura Fuentes ubriaca e ipnotizza il lettore, mentre Mario Conde, irretito dalle trame del tempo e dalla voce di Violeta sul giradischi, ci trascina sulle note nostalgiche di Compay Segundo alla ricerca della verità.



 

 

 
 
 
 

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