La ninnananna di Auschwitz

Berlino, maggio 1943. Helene Hannemann, infermiera tedesca sposata a un musicista rom, inizia la nuova giornata come al solito, preparandosi per accompagnare i figli a scuola e mettendo in tavola la loro colazione: poco pane e un po’ di burro e zucchero. Tutto pare normale, tranquillo, anche se suo marito Johann, virtuoso del violino ed ex musicista della Filarmonica di Berlino, ha il torto di appartenere all’etnia rom e per questo il lavoro gli è stato tolto. Johann deve rimanere a casa con Adelia, la figlioletta più piccola. I rom, infatti, come gli ebrei e tanti altri, sono stati colpiti dalle leggi razziali emanate dal partito di Hitler e la persecuzione imperversa, non solo sulla carta, ma nella vita reale. Per questo motivo, pur nella banalità di una giornata qualunque, Helene, di ‘‘pura razza ariana’’ come la definiscono i nazisti, è sempre tesa e preoccupata; ogni volta che qualcuno bussa alla porta non può evitare di avere un tuffo al cuore. Ma la giornata deve iniziare come sempre, le preoccupazioni della madre devono restare silenziose, nascoste ai bambini. Helene ispeziona che i quattro figli siano pronti, con il cappellino della divisa scolastica in testa e la cartella in mano. Appena chiusa la porta di casa, il gruppetto sente che dalla tromba delle scale proviene un rumore insolito, un rumore come di passi pesanti, di piedi calzati da stivali militari. I bambini, soliti scendere le scale di corsa e allegramente, ora restano dietro la mamma, in silenzio. Forse avvertono il pericolo, un pericolo che non conoscono ma che, ad ogni passo pesante degli stivali, prende forma sempre più concreta e reale…

Questo romanzo di Mario Escobar si ispira alla storia vera di una donna che sacrifica se stessa per salvare le vite innocenti dei suoi figli e di altri piccini del campo di sterminio. Dopo l’incursione mattutina nella sua casa, l’intera famiglia di Helene Hannemann viene deportata nel campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau. Separati da Johann, madre e figlioletti sono rinchiusi nella sezione riservata alle famiglie zingare. Helene, ariana e infermiera, riesce a ottenere un trattamento privilegiato e Mengele, medico spietato e crudele, acconsente a farle gestire un asilo per i piccoli prigionieri. Mengele mantiene in vita il Kindergarten per trasformare molti dei bambini che lo frequentano in cavie per i suoi esperimenti. Helene tuttavia riesce a strappargli la promessa di salvezza per sé e i suoi figli. Tuttavia nella notte del 2 agosto 1944, quando vengono sterminate piu’ di 2.800 persone, Helene, a cui i nazisti avevano fatto l’orrenda proposta di salvarsi in quanto tedesca abbandonando però i suoi figli, è condannata alla camera a gas insieme ai bambini. Questo nella realtà. Nel romanzo, invece, viene salvato Blatz, il figlio maggiore, ‘‘perché il lettore potesse conservare un briciolo di speranza’’ afferma Escobar nelle Note storiche in appendice alla storia. Il libro, redatto in prima persona in forma di diario scritto dalla protagonista, è ben documentato (molti dei personaggi che vi agiscono sono realmente esistiti) e si legge con passione, indignazione, commozione. Raggiunge pienamente il suo scopo di rievocare momenti tragici della storia occidentale.

 


 

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