La nostra ultima canzone

La nostra ultima canzone
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Saylor ha ingoiato per la prima volta un ago a sette anni. Ma prima di farlo non ha provato una forte emozione. Né tantomeno l’impressione che il tempo si fermasse. No. Nulla di questo genere. Racconta di ricordare di aver pensato soltanto a una cosa. All’eccessivo silenzio all’interno della sua casa. In casa c’è la madre, ma è già un po’ di tempo che non la vede. Da quando ha fatto colazione, per la precisione. Non è nemmeno un giorno di scuola, perché è estate. Una splendida giornata d’estate, come ce ne sono spesso nella piccola e bucolica Ridgeland, nel New Hampshire, New England, Stati Uniti d’America. La quercia del giardino, piegata verso il tetto come una mano ricurva, picchietta contro il vetro della finestra. Saylor apre il cassetto, quello dove tiene tutti gli oggetti che trova e che per qualche strano motivo – d’altronde ha sette anni… – ritiene che valga la pena di conservare. Gemme di plastica abbandonate, pallini esplosi di armi giocattolo, lombrichi secchi… Ed è allora che Saylor vede l’ago da cucito. E decide che vuole sentirsi come quei mangiaspade del circo che tutto il pubblico del mondo non vede l’ora di ammirare. Perciò infila l’ago in bocca. È freddo, e la punta affilata le graffia la lingua mentre le scende in gola…

Saylor ha la sindrome di Münchhausen, dal barone Karl Friedrich Hieronymus, militare tedesco del diciottesimo secolo noto per i suoi racconti inverosimili. È una malattia di cui si parla ancora non abbastanza spesso, anche se è al centro di diversi racconti e film: si tratta di un disturbo psichiatrico, noto anche, quando si manifesta per procura, ossia per esempio nelle madri che fanno ammalare la prole, come sindrome di Polle, il figlio del succitato barone, morto infante in circostanze misteriose. Chi ne è colpito finge di star male per attirare attenzione. E Saylor fa questo. Da sempre. Però poi, quando si trova di fronte al male vero, qualcosa in lei cambia. Avviene una maturazione, una crescita. Non esiste, d’altro canto, processo più doloroso. Più difficile. Più inevitabile. Più indispensabile. Saylor scopre l’amore. Le sue priorità cambiano. Si rende conto di cosa davvero sia la vita e di cosa significhi avere qualcosa in comune con qualcun altro. E S. K. Falls racconta tutto questo con grande bravura, in maniera agile, semplice, chiara, coinvolgente, fluida. Il linguaggio è facile e credibile, i personaggi, così come gli ambienti, sono caratterizzati da pochi ma precisi tratti, e anche se la storia non suona originale (non può esserlo), si legge velocemente e senza fatica, e senza retorica commuove.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER