La notte

Sighet, Transilvania, 1941. Eliezer ha dodici anni, è ebreo e profondamente credente: studia il Talmud e prega in sinagoga. Nonostante il padre disapprovi, Elie passa molto tempo a conversare sulla Cabala e sull’essenza della Divinità con Moshé, un saggio straccione. Verso la fine del 1942 gli ebrei stranieri vengono espulsi da Sighet e deportati in Polonia ma la vita di chi rimane riprende normalmente, finché Moshé, salvato da Dio, fa ritorno per raccontare la sua “morte” e per mettere in guardia gli ebrei di Sighet. Tuttavia nessuno crede alle sue storie e la vita torna a scorrere, ascoltando alla radio le notizie sulla guerra che sembra lontana. Nella primavera del 1944 i tedeschi alzano il sipario sulla corsa verso la morte. Le restrizioni verso gli ebrei aumentano: non possono custodire oggetti di valore, devono osservare il coprifuoco, non possono entrare in bar e ristoranti o utilizzare il trasporto pubblico. Poi l'istituzione dei due ghetti. A poco a poco, però, la vita torna normale un’altra volta, seppure coi reticolati, con alcune finestre sprangate e con la presenza quotidiana dei tedeschi, e la società ebraica si riforma. “Non era né il tedesco né l'ebreo a regnare nel ghetto: era l’illusione”. Infine la notte in cui tutto cambia. La notte in cui inizia la deportazione. La meta è un segreto, ma nessuna delle ipotesi che viaggia di bocca in bocca si avvicina vagamente alla verità. Eliezer e la sua famiglia vengono stipati con altre persone in un carro bestiame, nel quale non c'è posto per sedersi tutti contemporaneamente. L’aria è poca. La sete tortura. Il caldo è insopportabile…

Romanzo autobiografico in cui Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace nel 1986, racconta in poco più di cento pagine l’orrore e le atroci brutture vissute durante la deportazione nei campi di concentramento. Trasuda dolore, sofferenza, paura, rabbia, umiliazione, iniquità e rassegnazione. La narrazione frammentaria e senza fronzoli, conferisce un ritmo incalzante ed ansiogeno e trasmette al lettore angoscia e tormento. Wiesel non risparmia i dettagli, ma condivide invece i particolari più macabri e morbosi, descrivendo con gli occhi di un ragazzo e la saggezza di un vecchio, quei giorni che segnano una ferita profonda nella storia moderna. La notte è anche romanzo della perdita: perdita della Fede in Dio e nell’uomo, ma anche della famiglia, dell’infanzia, della dignità umana. Una lettura intensa e profonda poiché, nonostante la brevità, il peso di ciò che racconta la rende un fardello greve da metabolizzare e altrettanto difficile da dimenticare. Il tormento è palpabile, il dolore è liquido e penetra il lettore che non può risparmiarsi dall’assorbirlo. Sembra quasi che rimanga dentro, sedimenti nell’anima e la macchi, come se chiunque di noi fosse in parte colpevole delle atrocità raccontate. Con una resilienza straordinaria, Elie Wiesel è stato anche giornalista, filosofo e saggista, e ha lottato per i diritti umani. “Volevo vedermi nello specchio [...]: non mi ero più visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più”.

 


 

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