La notte che ho lasciato Alex

La notte che ho lasciato Alex
Quando fai il turno di notte dentro un commissariato di Parigi non è facile. Ma per Chess, vecchio poliziotto cinquantenne, non è né facile né difficile. Solo un lavoro, anche se di merda. Come una settimana fa, quando Chess si era appena lasciato con Slim (la sua ragazza del momento – niente di serio, intendiamoci – solo una scopata ogni tanto) e appena entrato in commissariato aveva dovuto occuparsi di un omicidio. Niente di particolarmente efferato (la solita puttana negra con la testa bucata da una pallottola) né di particolarmente complicato: l'assassino aveva lasciato l'arma del delitto dietro il divano. Nemmeno questa volta il caso sembra complicato: cadavere dentro stanza d'albergo, porta chiusa dall'interno, una bottiglia di barbiturici scolata. Suicidio. Ma quando il cadavere è quello di un senatore in possesso di un floppy contente informazioni scottanti, e quando il cadavere ha una moglie – pardon, una vedova – di nome Alex, capace di fartelo venire duro solo con lo sguardo, niente è facile come sembra...
Chess, il protagonista de La notte che ho lasciato Alex, è un po' come Batman; e la Parigi descritta da Hugues Pagan è un po' come Gotham City. “La notte con la notte, il giorno con il giorno. I morti da una parte, i vivi dall'altra”: basterebbero queste parole pronunciate dal coriaceo poliziotto parigino per provarlo (lui, ovviamente, si colloca dalla parte della notte e tra quella dei morti). L'ambiente urbano descritto è cubo, fumoso, triste e anche un po' malinconico. Gli stessi aggettivi potrebbero essere utilizzati per descrivere Chess, duro, cinico e burbero solo per chi non lo conosce. Ma lui, quando stacca dal lavoro e la notte si trasforma in giorno, non diventa mai una specie di Bruce Wayne: Chess rimane una creatura della notte, con i suoi tormenti e i suoi incubi. In questo romanzo, ultimo episodio della trilogia dedicata al poliziotto parigino, il vecchio Chess è più inquieto che mai. La sua testardaggine e – nonostante tutto – la sua inflessibilità morale lo hanno portato a vivere ai margini del sistema. In questa parte del mondo, dove chi uccide e chi è ucciso appartiene a la medesima categoria, quella dei disperati, l'unico modo per restare a galla è trasformarsi in un animale. Chess si sente vivo quando entra in azione e quando scopa, nemmeno l'amore di Alex può penetrare le tenebre. Solo la musica sembra riuscirci – un buon giro di blues –  qualche volta. E proprio a ritmo di blues Pagan, autore francese di origini algerine, classe 1947, sembra aver scritto questo come gli altri romanzi della serie. Ad un linguaggio crudo e diretto, a periodi brevi e dal ritmo veloce (la vicenda è raccontata tutta in prima persona e al tempo presente) fanno da contrappunto, di quando in quando, toni lirici e atmosfere ovattate. Dialoghi dalle cadenze cinematografiche si sposano a personaggi delineati con cura e precisione, scavati nella carne e nel sangue, dal nostro Chess fino alla bellissima prostituta – breve apparizione di qualche pagina alla fine del libro che rimane impressa nella mente del lettore, vuoi per la maestria di Pagan nel costruire i personaggi, vuoi per le conturbanti descrizioni del corpo mozzafiato.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER