La notte dei biplani

La notte dei biplani
In clima seconda-guerra-mondiale, all’interno di un pub e rigorosamente davanti a una birra, un giovane e il colonnello John Davey stanno conversando. Il giovane, incuriosito dal passato del militare, vuole conoscere la storia della Notte dei biplani. Perché Davey, l’uomo che gli siede davanti, la visse da protagonista, quella notte. Lui come parte di un trio, composto dal giovane aristocratico Arthur Maddox, e Mary Tucker, la cameriera dei Maddox. 1914, La Grande Guerra sta per cominciare. Esiste già la mail, ovvero la compumail, e l’aviazione di sua Maestà può contare sui Royal BOT Corps e i veivoli comandati attraverso impulsi cerebrali dei piloti (tramite i BOT, computatori elettronici). Arthur, Mary e John vivono ognuno a suo modo l’evolversi (e il precipitare) degli eventi. Arthur e Mary si arruolano. Mary riesce a farlo tramite varie peripezie e un nome fittizio, Alex Tucker. John, a seguito della scomparsa di Sir Richard, lo zio di Arthur, entra in possesso del misterioso Congegno, il potenziale del quale potrebbe interessare molto l’esercito britannico, che a sua volta deve contrastare le continue defezioni dei piloti, devastati dal logorio prodotto dai BOT... 
Davide Morosinotto si era già fatto conoscere per alcune pubblicazioni per ragazzi (Il libero regno dei ragazzi, Einaudi, e Maydala Express, Piemme, scritto a quattro mani con Pierdomenico Baccalario, publisher in chief di Atlantyca entertainement). L’intento, in questo La notte dei biplani, è trasfigurare un determinato periodo storico con gli strumenti dell’ucronìa. Come scrive lo stesso Morosinotto, un ‘mondo’ diverso messo in gioco con divertimento e cura dei dettagli nella ricostruzione storica. Ma, si chiede chi scrive con una punta d’ignoranza, l’epidermide di una distopia ‘steampunk’ (prendendo a esempio uno dei caratteri principali del genere come elencati da Salvatore Proietti nell’introduzione alla Trilogia Steampunk di Paul di Filippo) non dovrebbe contenere particelle ‘eversive’? Perché, allora, voler timidamente scardinare la stratificazione storica di eventi e scoperte (l’eversione, quindi, come distruzione di un ordine storico) e non rischiare, invece, di affrontare di petto una ricostruzione romanzata della Grande-Guerra-senza-mail? Forse per divertirsi e consegnare al lettore qualcosa di piacevole, si potrebbe obiettare. Ci può stare, rinunciando però a un’ironia un po’ più aggressiva, a personaggi non totalmente asserviti al proseguire della storia, e a certo graffiare che è lecito aspettarsi da uno scrittore giovane. 

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