La notte di Auschwitz

La notte di Auschwitz
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L’esercito alleato avanza in Europa occidentale. Forse l’incubo delle deportazioni sta per finire, ma il tempo non è dalla parte di Jo Koopman, che viene catturato insieme ad altre persone e deportato. Il viaggio verso Auschwitz avviene prima in treno poi con una dura marcia forzata, quaranta ore sotto i bombardamenti, poi l’arrivo al campo. Gli uomini vengono separati dalle donne, alcuni destinati subito “alle docce” ignari di quello che gli accadrà. L’aria è fetida, le baracche sovraffollate, Jo si ammala di dissenteria e conosce così anche la realtà dell’infermeria, dei giacigli sudici, delle lenzuola sporche. Ammalarsi di polmonite è semplice: fame, freddo, stenti, lavori forzati hanno un unico epilogo. Chi non è in grado di rimettersi in piedi subito viene caricato su un camion e ucciso, gli altri rimandati ai lavori forzati tra abusi, violenze, condizioni deplorevoli. Nessuna pietà, nessun barlume di umanità, i deportati vengono decimati e sostituiti da altri prigionieri che continuano ad arrivare. È difficile superare l’inverno con meno quindici gradi da fronteggiare con abiti leggeri, pochi sono i detenuti che sopravvivono. La salvezza di Jo arriva grazie ad un’infezione alla mano che lo costringe ad un ricovero in ospedale. La liberazione da parte dell’esercito russo arriva poco tempo dopo, quello che i liberatori si trovano innanzi rimane una delle immagini più scioccanti della nostra storia…

La storia di Jo Koopman, raccontata in forma di diario, fu pubblicata in dispense tra l’agosto del 1945 e il marzo del 1946 da “Het Baken”, Il faro, mensile della Resistenza neerlandese. Nel 1975 fu tradotto in inglese ma nonostante questo il testo non ebbe molta visibilità visto anche il gran numero di libri che uscirono in quegli anni sullo stesso tema. Il titolo originario era Ebrei erranti e come ci fa notare Piero Stefani, insegnante di Bibbia e cultura alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, nell’introduzione “evoca un’espressione corale legata a un lungo passato [...], lascia trasparire quanto allora fosse poco percepita la differenza abissale tra la Shoah e le precedenti persecuzioni abbattutesi sul popolo ebraico”. Ci troviamo di fronte ad una testimonianza importante che ci fornisce uno spaccato della vita quotidiana in un campo di concentramento con una prosa netta, efficace. Le paure, la morte e le violenze ci vengono raccontate senza sconti e senza enfasi così come la liberazione e il successivo lungo viaggio attraverso l’Europa.



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