La notte raccolgo fiori di carne

La notte raccolgo fiori di carne
Siete usciti dal lavoro e volete solo andare a casa dove vi aspetta vostra moglie, ma un batuffolo intriso di cloroformio vi precipita in qualcosa di molto più allucinante di qualsiasi incubo abbiate mai avuto. Questo è quello che accade a un uomo che si sveglia rinchiuso in una cantina blindata, nel sottosuolo di Praga. È stato rapito per essere un testimone e scrivere quello che lo costringono a guardare e sentire. Nient’altro, apparentemente. Non è legato, incatenato o altro, è tenuto prigioniero mediante una limitazione fisica; la frattura sistematica di un piede, reiterata non appena la frattura calcifica. Non capisce; non capisce il suo ruolo né come possano esistere delle persone sadiche come i quattro aguzzini che l’hanno “ingaggiato”. Di loro non sa nulla, se non i nomi e un minimo di storia personale, quello che gli hanno raccontato. E naturalmente conosce bene la loro ferocia. Col terrore di essere la prossima vittima, si adatta a fare quello che gli viene chiesto; scrive quello che fanno alle vittime, quello che fanno delle vittime. Fino al momento in cui qualcosa, impercettibilmente comincia a cambiare nei suoi pensieri, fino a quando realizza che l’unico modo per sfuggire all’orrore è diventarne parte…
Claustrofobico e devastante. Credo che Giorgio Pirazzini faccia una scelta precisa lasciando il protagonista senza nome. Hanno un nome e una storia i carnefici, hanno un nome le vittime ed esiste il luogo fisico nel quale si svolge il dramma, ma potrebbe essere dovunque. Una discesa senza ritorno all’inferno, una discesa che si rivela essere meno difficile e molto più subdola di come potremmo immaginarla. E la relativa semplicità del cambiamento è probabilmente la parte più difficile da accettare; perché quell’uomo potremmo essere noi. L’accento, il fulcro di questo romanzo è la lenta, lentissima evoluzione della personalità e dei pensieri del testimone, che modifica, rendendosene conto ma trovandosi delle giustificazioni, il suo punto di vista; addirittura il suo essere più profondo e intimo. Quello che nasce come l’unico desiderio, come la priorità unica e assoluta, cioè sopravvivere e fuggire, tornare alla normalità, si trasforma in un’omologazione della vittima ai carnefici. La vista delle torture, i suoni e le grida di aiuto che inizialmente erano fonte di dolore e orrore infiniti diventano poco a poco parte della sua vita. Il terrore primigenio di essere ucciso si affievolisce, scalzato dalla convinzione di poter invertire i ruoli. I torturatori lo coinvolgono, lo avvolgono come ragni tessendogli intorno una micidiale ragnatela, dalla quale potrebbe apparentemente fuggire; dividono con lui inizialmente il cibo e il vino, il loro sadico divertimento e infine i loro progetti sempre più allucinanti. Un incubo nella migliore tradizione dell’horror e del noir. Una sorta di specchio in cui anziché l’immagine di ogni giorno possiamo vedere la parte più oscura di noi, quella che non vorremmo mai essere costretti ad affrontare. L’ennesima riprova che l’Uomo Nero c’è, esiste, e nessuno di noi può sapere quale sia il suo volto fino a quando non si toglie la maschera. Ma a quel punto - ovvio - è troppo tardi.

 

 

 

 
 
 
 
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