La novità

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Tra novità che diventano antiquate nel giro di qualche ora e manoscritti d’amore le cui prime sette pagine già fanno capire come andranno a finire, Robert Dubois ha smesso da tempo di esaltarsi al pensiero d’aver trovato un capolavoro. È venerdì sera e, nel silenzio della casa editrice che porta il suo nome, una pila di manoscritti è pronta per essere portata a casa e visionata nel weekend. Ma questo non succederà, perché una sedicente nuova stagista suona alla porta con in mano un eReader. Glielo manda Meunier, l’altro socio della casa editrice, il più moderno tra i due. I manoscritti che gli servono per il weekend li troverà lì dentro. Le Edizioni Robert Dubois esistono da decenni, e da decenni il lavoro procede con gli stessi ritmi, lo stesso metodo e, più o meno, gli stessi autori. Ora, invece, insieme a quella “nuova cosa”, scura, rigida, scomoda, piccola, ma troppo grande per stare nelle tasche, arrivano anche altre novità. E non tutte piacevoli. Geneviève, la scrittrice grafomane, da sempre sinonimo di vendite sicure, gli comunica che il romanzo a cui sta lavorando lo affiderà ad un altro editore, più collegato di lui con la tivù. Balmer, l’autore che Robert pubblica ostinatamente da dodici anni e che da poco è diventato popolare tra il pubblico, non vuole firmare il contratto. E anche la signora Martin, la responsabile del sovrappeso di una buona metà dell’editoria francese, dopo trent’anni di attività ha deciso di cedere la trattoria. In una realtà che fino a ieri sembrava immutabile, tutto, all’improvviso, viene travolto dal cambiamento. Forse, anche per Robert, è arrivato davvero il momento di cambiare…

Una premessa: chi scrive non ha resistito alla tentazione di leggere la nota finale dell’autore e le osservazioni della (bravissima) traduttrice prima d’iniziare la lettura del libro. Di solito non succede, ma questa volta è andata così e, francamente, sempre chi scrive non è sicura che la sua sia stata una scelta sbagliata. Il tutto per dire che è difficile stabilire se sia meglio leggere il libro in modo ordinato, ossia dall’inizio alla fine, o solo dopo essere entrati in possesso della giusta chiave, che proprio nelle pagine finali risiede. In entrambi i casi, una seconda lettura, anche se randomica, viene spontanea. Risulta inevitabile, addirittura. La curiosità si placa e il gusto ne guadagna. In questa sede, non avendo nessuna intenzione di rovinare la sorpresa, ci si soffermerà unicamente sull’aspetto esteriore e più superficiale dell’opera di Fournel, ossia quello di romanzo breve. Un romanzo che, al posto di personaggi in carne ed ossa, ha per protagoniste due entità: la Francia e l’editoria francese, a cui Robert, un editore delle vecchia scuola (quella dell’odore della carta e del fruscio delle pagine), costretto dai tempi ad entrare “nel ramo dell’ingualcibile”, non risparmia battute acide o vere e proprie stoccate (“l’editoria non è mai veramente in crisi, è la crisi. La crisi è la sua natura”). La vicenda narrata si snoda interamente all’interno della casa editrice, in un’alternanza di allusioni ai grandi classici della letteratura, pettegolezzi di redazione, tentativi di sabotaggio e giochi di parole arguti, non sempre facili da cogliere. Si esce da quelle stanze giusto per un croissant, un cervello alla meunière, un sorso di Evian, un bicchiere di Brouilly, di Bordeaux o di Vacqueyras. Sì, è vero, la trama è forse un po’ esile, ma la genialità della costruzione dell’opera è sicuramente un valido contrappeso.



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