La parola del padre

La parola del padre
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L’Inquisitore entra nella stanza. Ha passato una notte terribile perché non è abituato all’umidità e ai cattivi odori di una grande città come la Roma all’inizio del Seicento. Davanti a lui il pittore più discusso e controverso del tempo: Michelangelo Merisi da Caravaggio. Un uomo capace di dipingere capolavori che lo consegneranno all’immortalità ma che non è assolutamente tollerato per i suoi affronti dalla Santa Romana Chiesa. Caravaggio guarda in silenzio il vecchio Inquisitore. La Chiesa di Roma ha il potere e Caravaggio dovrà affrontare le conseguenze delle sue idee. Cercare il “divino” tra gli uomini e le donne del popolo non è qualcosa che la Chiesa di Roma possa assolutamente concepire né tantomeno far passare. Dipingere nel suo “San Francesco che medita” un uomo povero, umile dalle vesti lacere e logore sembra una netta accusa nei confronti della Chiesa di Roma. È forse così che Caravaggio osa rimproverare la Curia romana cercando di mostrare loro la via della povertà? E che dire del suo ritratto della Vergine nella sua “Morte della Vergine” in cui la Madonna ha le fattezze di una prostituta utilizzata come modella? L’Inquisitore non può tollerare questi continui affronti né tantomeno li può tollerare la Chiesa di Roma. Che Michelangelo Merisi da Caravaggio sia così tanto influenzato dal suo conterraneo apostata di Nola? Che l’eresia di Giordano Bruno abbia contaminato l’animo del pittore?

Il monologo La parola del padre è l’ultimo lavoro del celebre scrittore e giornalista Ermanno Rea. Sarebbe dovuto essere una sorta di storyboard per una performance visiva di Lino Fiorito di cui, in conclusione dell’agile volumetto edito dalla casa editrice Manni, vediamo alcuni disegni preparatori a ciò che sarebbe dovuto essere. Alla morte di Rea l’idea è rimasta incompiuta. Fiorito ha dunque effettuato una bella e interessante operazione proponendo al lettore le “bozze” del progetto che lui ed Ermanno Rea stavano sviluppando. Il monologo teatrale è agile e di una bellezza potente. Il lettore si immerge completamente nel processo immaginario che il Caravaggio avrebbe potuto subire dalla Santa Inquisizione per le sue idee rivoluzionarie per il mondo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Osare immortalare la Vergine Maria con le fattezze di una prostituta è stato di certo un vero affronto per la Curia romana. L’idea che il Caravaggio cercasse il divino nelle piccole cose, nei gesti quotidiani, tra le persone più umili e bistrattate, era a quel tempo qualcosa che sfiorava l’eresia e che pertanto sarebbe dovuta essere punita. La parola del padre ci porta a voler conoscere ancora meglio l’opera del Caravaggio, guardarla forse con occhi nuovi e con prospettive diverse. Ermanno Rea ci lascia il suo ultimo regalo da grande e stimato uomo di cultura quale è sempre stato.



 

 

 

 
 
 
 

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