La paura nell’anima

La paura nell’anima

È un’estate troppo calda e afosa per tutto: in pianura non si può proprio stare. Per fortuna c’è Montepiano, è vicino a Parma ed è sull’appennino che Soneri conosce così bene, il suo appennino. Un rifugio in cui respirare l’aria dei boschi, dove i rumori sono quelli noti degli animali, il trottare dei cinghiali, i versi degli uccelli notturni e non, il silenzio ‒ che non c’è. Anche Angela si è fatta convincere, nonostante non ami (per diverse ragioni) quel paesino, quei boschi e quelle montagne. Si sta lamentando del frinire dei grilli continuo, incessante e fortissimo, un suono che per chi non c’è abituato può diventare insopportabile. Discutono con calma lei e il commissario, quando un urlo inaspettato rompe la quiete della serata, arriva dal bosco. Soneri e altra gente del paese cominciano le ricerche, ma col buio è difficile muoversi in quei posti. Per capire chi sia che ha gridato basta far la conta di chi c’è e di chi manca: all’appello mancano Brunetti e il Tilò. Li ritrovano insieme, il Brunetti ferito da un colpo d’arma da fuoco è sulla groppa di Teresa, la mula di Tilò. Da lì a poco, lasciato il caso al maresciallo del posto, mentre Soneri parla con Angela di quel che è successo, riceve una telefonata da Juvara. La notizia che gli comunica non è rassicurante, pare che Igor il russo (alias Vladimir il serbo), si sia rifugiato proprio lì, nei boschi di Montepiano…

Il titolo è esplicito e Igor (o Vladimir, come lo si voglia chiamare), spostato dalla bassa all’appennino, è il pretesto dichiarato per parlare di un fenomeno che in Italia mancava da un po’, la paura. Forse strisciava e serpeggiava senza che ce ne rendessimo conto, presi dal mettere insieme il pranzo con la cena o dal valutare se e dove fare le vacanze (nei casi più fortunati). Ma lei era lì, e aiutata da una dilagante percezione di insicurezza ‒ se pilotata o meno non so dire ‒ è venuta fuori in tutta la sua potenza distruttiva. Varesi racconta di come in una società piccola, dove sostanzialmente tutti conoscono i segreti gli uni degli altri, l’arrivo di qualcuno che rompe gli equilibri provochi più danni di un terremoto. Il serbo diventa l’emblema dell’ignoto, contamina luoghi che vengono considerati propri, distorce rumori noti (i rumori degli animali potrebbero non esserlo), scombina le abitudini. Per colpa sua, a causa sua, la gente è costretta a scegliere fra due pericoli. Va da sé che Montepiano diventa una sineddoche, è lo specchio dei quartieri che compongono le città che a loro volta quasi si toccano le une con le altre, diventando un’enorme smisurata culla per le paure, quelle che come il canto dei grilli sembrano ingigantirsi nel silenzio. Varesi, giornalista-scrittore che definirei politico, è uno dei pochi a dichiarare pubblicamente il suo intento di denuncia, abilissimo ad essere come si dice “sul pezzo”, a mettere il suo personaggio letterario, Soneri, a confronto con i cambiamenti della società.



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