La penitenza

La penitenza
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Un prigioniero dalla mole gigantesca riposa da tempo immemore nei meandri di un carcere borbonico. Il suo corpo ciclopico ha trovato ricetto nell’ala che a causa delle sue dimensioni gli hanno costruito intorno per scontare una penitenza di cui nessuno ricorda la durata né la causa. Una creatura più antica della memoria, che sconta una condanna atavica, non conserva alcuna memoria di sé né del peccato che sta espiando, che forse è antico quanto l’universo, la cui esistenza è necessaria per giustificare il concetto stesso di bene e male, le cui radici affondano nei meandri oscuri degli aneliti primordiali, viene svelata al mondo da zelanti ufficiali reclutatori borbonici. I goffi tentativi di farne un’arma contro l’avanzata delle armate cenciose al comando del generale Garibaldo lo riportano alla luce, ne fanno risuonare i passi su acciottolati che hanno visto indefessi liberatori alternarsi a inesausti restauratori in un gioco delle parti i cui attori stanchi recitano le proprie parti ineludibili. Il Generale liberatore che fa la Storia a colpi di baionetta ed è perseguitato dai colpi degli scalpellini che fissano su lapidi beffarde le sue gesta quasi prima che le compia, intuito il potenziale di pericolosità della bestia liberata, la riconduce al carcere, fissando nuovi, illusori spazi di movimento per il suo corpo immane. La cella allargata che lo contiene gli consente contatti con le sofferenze dei suoi compagni di prigionia che si industria ad alleviare, ben presto i suoi rimedi per le sofferenze del corpo e dell’anima attirano i secondini come i reclusi, destando la preoccupazione allarmata del direttore. Il gigante è “l’uomo più ricco del mondo”, nella sua cella si accumulano i patrimoni di dinastie diseredate, prezzi pagati a cuor leggero in cambio della guarigione o dell’anestesia delle anime sofferenti, diventa il fomentatore di commerci clandestini, il punto di riferimento del parroco e del medico. Nella sua cella si accumulano i detriti della storia, le meschinità dei nuovi potentati, le testimonianze delle vigliaccherie di principi e condottieri, il suo membro elefantiaco è lo scettro che guida i vagheggiamenti inani dei carcerati verso terre fertili e umorose, che accende le menti e anima gli spiriti, fino alla notte in cui la terra trema, lo Stretto si rivolta, i macchinisti basiti arrestano il treno dinanzi al nulla, al vuoto, alla distruzione e da quel sisma e dai sismi che sconvolgono un intero continente nasce un nuovo ordine che avanza a passi cadenzati, gli stessi passi che, calzando scarponi diversi ne segneranno la distruzione. Gli eventi si susseguono ma il prigioniero rimane immemore, incapace di spiegare a liberatori e restauratori la propria condizione, immoto all’incalzare delle domande. Anche il carcere rimane uguale per quanto mutino le condizioni esterne. La polvere si posa, il sangue si asciuga, il caos trova una nuova parvenza di ordine, i detenuti ritrovano “vigore di cattività”. Le celle in cui detenuti borbonici suicidi venivano dimenticati attaccati alle finestre, vedono nuovi, fantasiosi suicidi. Sono uomini che a detta di coloro che ne riferiscono ai giudici, sono morti soffocati dalla paura di ciò che stavano per raccontare, si sono auto avvelenati o hanno ingerito le pietrine dei muri che li hanno soffocati…

È beffarda e grottesca la Storia rappresentata da Giosuè Calaciura, si prende gioco degli omìni che sono convinti di farla, mettendoli di fronte alla ridicola inanità dei loro sforzi, li atterra con le immutabili condizioni in cui si riproduce. I protagonisti che la mettono in scena hanno le sembianze di gargoyles che abbiano preso vita per mettere in scena la più oscena e indecente delle rappresentazioni. I gesti eroici, la retorica, gli aneliti di libertà, sotto il più impietoso degli occhi di bue, sul più spoglio dei palcoscenici diventano una rituale danza macabra, un pornografico inanellarsi di occasioni mancate, una carneficina di buone intenzioni. Versatile e poliedrico,scrittore che spazia dalla letteratura alla radio – è uno degli autori di “Fahrenheit”, su Radio Tre ‒ Calaciura getta un guanto di sfida alle menti sopite, alle anime belle, ai campioni dei luoghi comuni, che, è facile intuire, pochi saranno pronti a raccogliere. La gragnola di fendenti inferti con parole affilate come rasoi, pesanti come macigni a cui l’autore sottopone il lettore è violenta, impietosa, ma, questo genio irriverente, alternando sapientemente i colpi a beffe scanzonate e sardoniche, riesce a prendersi gioco di sé e del suo popolo con scanzonata leggerezza e ironica rassegnazione. Si potrebbero disturbare molti miti, a cominciare da quello di Sisifo per La penitenza, ma, quello che più insistentemente si presenta con Pirandelliana ossessiva insistenza al cospetto del lettore è lo spirito placido di un gattopardo che, ormai assurto al ruolo di archetipo, di bestia primordiale, si aggira tra le righe di questo piccolo capolavoro con la stessa imperitura noncuranza con cui da secoli vaga, immortale, tra le pieghe indifferenti della terra che racconta.



 

 

 

 
 
 
 

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