La penombra che abbiamo attraversato

Una scrittrice ormai matura visita i luoghi della propria infanzia, luoghi che appaiono disseminati di particolari nascosti in ogni mattone sconnesso, dietro ogni portone, sotto l’ombra dei portici, negli odori portati dal vento, nelle voci che tornano. È il “tempo di prima” quello che riaffiora nella memoria. La scrittrice ha passato da bambina i primi anni della sua vita a Ponte Stura, osservando il prodigio di quelle montagne e cercando di ricostruire, con l’immaginazione, come erano e cosa facevano i suoi genitori, prima che lei e la sorellina venissero al mondo. Da piccola va a caccia col padre, ascoltando rapita i racconti epici di certe spedizioni di caccia che duravano anche più giorni. Poi c’erano le feste, ogni anno a settembre. Il papà scattava le prime fotografie del secolo e la mamma appariva ritrosa, ma sempre elegante e, in fondo, socievole. Gli zii, che da Torino salivano al paese, portavano una ventata di vitalità e allegria, prima che la Grande Guerra se li prendesse. D’inverno la neve copriva tutto ed era bello sentire la mano calda della mamma che accompagnava la bimba all’asilo. Suor Nazzarena, la maestra, è stata il primo vero amore della scrittrice bambina. Nessun insegnante, in seguito, s’è poi meritato quell’indiscusso senso di rispetto e ammirazione. Già da molto piccola, la bambina si rivela riservatissima e con innate doti di sensibilità e osservazione, tanto da irritarsi con la sorellina che appare, invece, socievole e ingenua. “Avevo detto che a scuola la bidella metteva l’inchiostro nei calamai; la sorellina credeva che la bidella fosse un uccello, che mettesse l’inchiostro infilando il becco nei calamai. Rimanevo sbalordita dalla sua capacità di immaginare cose simili, ma non la apprezzavo, perché la giudicavo irragionevole”…
Con una sapienza che sfiora l’incanto, presente e passato quasi si saldano perché l’autrice entra ed esce dai ricordi, allestendo per il lettore una tavolozza di immagini a volte solo sfumate, a volte così nette e terse da sentirne il riverbero negli occhi. In questo ricordo del tempo perduto, tuttavia, la scrittrice non insegue il mito del passato ma – al contrario – pare quasi impegnata in una sorta di sconsacrazione di quella realtà primigenia. Da qui l’asciuttezza delle sue pagine che non sono mai né troppo malinconiche né troppo dolorose. La penombra che abbiamo attraversato è uno dei libri più amati di Lalla Romano. Uscito nel 1964 nei “Supercoralli” ha goduto di molteplici edizioni, l’ultima delle quali nel 2013. Romanzo dichiaratamente proustiano (il titolo è tratto da un passo de Il tempo ritrovato), è però lontanissimo dalla prosa avvolgente dello scrittore francese. Lalla Romano procede con una scrittura quasi “reticente”. Come osserva Giulio Ferroni: “Il ricordo non emerge da una immersione nella durata, da un intreccio di preziosi fili segreti, ma dalla finitudine dell’esperienza, dai limiti stessi dell’esserci, da una intensa e riservata partecipazione alla vita, che viene prima di ogni intenzione estetica”. Così, anche la celebrata felicità del “tempo di prima”, non serve ad altro che a ricordarci – leopardianamente – che l’esperienza della felicità è possibile, in qualche modo, solo a ritroso, solo proiettandola nel passato. La felicità, sembra dirci Lalla Romano, va ricercata nelle pieghe del tempo, in quelle sfasature che a volte si creano fra passato e presente. Tutto il libro, dunque, è pervaso da questo sentimento del dopo, delle cose riconosciute soltanto quando sono passate e svanite. Del resto la stessa scrittrice, rispondendo a una intervista ha dichiarato: “Non c’è rimpianto né nostalgia, nel libro, perché quel mondo non è perduto. È vero che è passato, irrevocabilmente, ma il suo pregio io lo sento ora, vale a dire lo comprendo, lo amo, infine lo posseggo. Come dice Faulkner, la felicità non è, ma era”.

 

 

 

 
 
 
 
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