La pensione

La pensione
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Varsavia alla fine della Seconda guerra mondiale è un ammasso disordinato di macerie e incubi da cui è difficile fuggire. Deciso a tornare in un luogo caro alla sua infanzia, un ragazzo si addentra nel bosco alla periferia di quella grande città martoriata per ritrovare, alla fine di un sentiero tra begonie e ginepri, la pensione nella quale trascorreva estati felici con sua nonna. Lui è il nipote di Bronka, tutti la ricordano ma pochi sanno come è morta. Alla fine, tutti ormai sono morti, e quelli che rimangono vagano come fantasmi in un luogo che i giovani non frequentano più, perché la noia regna sovrana e sembra che l’unica cosa rimasta da fare sia ricordare. Anche se nessuno in realtà lo vuole. Tra le anime presenti c’è l’inossidabile Signora Tecia, una dei sopravvissuti ai rastrellamenti e alla follia nazista, custode di lettere, cartoline e foto di chi non c’è più. Lei è l’unica custode della storia di tutte le famiglie che in quella pensione passavano attimi di spensieratezza. Giornate allegre passate tra le litigate appassionate sulla rivoluzione tra il Signor Leon e il signor Abram, i brontolii della Signora Hanka che voleva riposarsi sulla sdraio senza giovani attorno ad infastidirla. Di quegli anni felici erano rimasti tanti vecchi amici, e la cosa non stupiva in un paese in cui i giovani sembravano essere spariti. Vecchi ospiti con i loro “problemi ebraici” ad attendere la fine di un’era, il momento in cui la catena di generazioni mutilate sarà finalmente spezzata…

Le vicende degli ebrei polacchi e del loro insensato martirio sono state raccontate in molti romanzi e saggi durante gli ultimi ottant’anni. Non era, quindi, un compito semplice aggiungere una voce nuova in un panorama popolato da grandi autori come Wlodek Goldkorn, Isaac Singer o Amos Oz. La sfida, se così si può chiamare, di Piotr Pazinski è più che vinta, avendo aggiunto un tassello originale in cui l’elemento onirico la fa da padrone. Si potrebbe parlare a tutti gli effetti di “realismo magico” se le vicende narrate non contenessero un dolore di fondo, quello dei ricordi, inevitabile in un romanzo del genere. I personaggi reali si mescolano agli spettri del passato per sottolineare che il presente in un luogo del genere non può assolutamente prescindere da ciò che è stato; che la lezione che tutti dovremmo imparare è viva e non deve essere dimenticata. Allo stesso modo, le descrizioni della pensione attuale si combinano ai ricordi dei suoi tempi d’oro, alle canzoni celebrative sulla Terra Promessa o sui pionieri dei primi insediamenti, alle benedizioni rituali, alle preghiere del sabato. Ogni pensionante, in carne e ossa o uscito dalla memoria del protagonista, ha qualcosa da dire, una storia da bazar, di quelle che si regalano a tutti, un’opinione sulla religione o un insegnamento gratuito e spesso non richiesto. Proprio nell’intreccio di voci è la forza di questo romanzo, che sembra voler aprire un baule pieno di vecchie lettere e foto sbiadite per ridar loro il giusto, meritato riconoscimento. Degna di nota la buona traduzione di Alessandro Amenta.



 

 

 

 
 
 
 

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