La Pensione Eva

La Pensione Eva
Siamo nel periodo che va dalla fine degli anni Trenta fino a quelli della Seconda guerra mondiale. Ma a Vigata è tutto un altro mondo. Nell’atmosfera sonnolenta della cittadina di provincia, l’attenzione degli abitanti sembra ruotare attorno alla Pensione Eva. Si tratta apparentemente di una villetta a tre piani adagiata sul molo di levante, ma è in realtà un postribolo occupato da sei buttane che si avvicendano ogni quindici giorni. All’interno gli uomini adulti “affittano fimmine nude”, mentre all’esterno Nenè e i suoi inseparabili amici Ciccio e Jacolino - in attesa di compiere la maggiore età – giocano con l’immaginazione. Dopo aver scoperto i primi turbamenti sessuali giocando al dottore con la cugina Angela che aveva due anni più di lui, Nenè viene iniziato ai piaceri della carne dalla vedova Argirò, la mamma del suo compagno di scuola Matteo. Ma la presenza della pensione esercita su di lui l’indomabile richiamo di una forte seduzione e gli accende un’irrefrenabile fantasia. L’occasione di poter anzitempo varcare la soglia agognata gli viene offerta finalmente da Jacolino, allorché il padre di questi, uomo dalla fedina penale macchiata da una lunga serie di reati, ne rileva la proprietà per compiacere le voluttà di un gerarca fascista. Il lunedì è giorno di riposo per le “picciotte”. Nenè e Ciccio, passando inosservati dal retro muniti di pesce fresco e di buon vino, vengono ospitati a cena in qualità di amici. Eludendo la sorveglianza della Signora Flora, ex insegnante di liceo ora ridotta alla gestione della casa chiusa, i ragazzi riescono ad approcciare le ospiti, a raccoglierne le confidenze e a scoprire una realtà ben diversa da quella che essi avevano immaginato…
È questo un breve racconto di formazione, architettato con grande sapienza narrativa e mirabile dono della sintesi, al centro del quale si trova uno spaesato Nenè, soprannome giovanile dello scrittore. Il lettore accompagna il protagonista nell’innocenza dello sguardo, si inganna con lui e come lui si sorprende quando afferra la complessa portata di ogni singolo fattore della scena che gli si spalanca dinnanzi. E pur tuttavia il libro non vuole essere il ritratto grottesco di un giovane adolescente alle prese con i primi languori carnali, ma la ricostruzione, più estetica che etica, di un’epoca che l’autore trae dall’archivio di una memoria sociale in cui si cresceva appartenendo alla cultura del tempo, non solo a sé stessi. La storia sembra essere fatta quasi di niente. Ma è invece un concentrato di racconti personali e di vicende dolorose e paradossali, eroiche ed insolite, da cui scaturisce un romanzo crudo e disincantato. C’è Tatiana, trentenne di Reggio Emilia di fede comunista, che spostandosi da un bordello all’altro della penisola trasferisce informazioni segrete ai partigiani. C’è Giusy che pur non avendo portato a termine gli studi liceali non è insensibile alle fantasie letterarie dell’”Orlando Furioso”. C’è Emanuela che rivela commossa di aver reso visita su di una nave ospedale ad un soldato tedesco orrendamente mutilato in un combattimento. C’è l’ottuagenario cavaliere Calcedonio Lardera, un tempo sciupafemmine, ormai imbozzato dentro una rassegnata castità, fino a quando non recupera mezz’ora di virilità sessuale sotto lo stimolo inatteso di un bombardamento aereo. Anche per il lettore meno avvezzo a districarsi tra le contaminazioni dialettali della scrittura utilizzata da Andrea Camilleri – ed è il caso di chi scrive – la lettura de La pensione Eva è un’esperienza avvincente, sia per l’interesse dei temi affrontati, sia per il modo di argomentare che cattura il lettore e lo trascina con sé con implacabile leggerezza. Perché Camilleri possiede il raro dono di un linguaggio immediato e che pare sempre sul punto di forare la superficie delle cose per coglierne il segreto inespugnabile. La sua prosa è fluente ma non è corriva. Ricorda sempre l’acqua, non già quella corrente che è dolce, ma l’acqua salata, com’è quella del mare e che come la carne può far pensare perfino alla morte.

 

 

 

 
 
 
 
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