La persuasione e la rettorica

La persuasione e la rettorica
Un peso tende per natura a scendere, nella folle ricerca del punto più basso. Ma ogni punto che verrà raggiunto dal peso non sarà mai l’ultimo, perché sarà attirato da un altro punto ancora più basso. In tal modo la vita di un peso consiste nel non vivere perché, nel momento in cui raggiunge il punto più basso, esso s’illuderà di aver raggiunto la perfezione ma in realtà avrà perso la sua peculiarità intrinseca e non sarà più un peso. Allo stesso modo l’uomo, invece che cercare se stesso nel presente, si proietta nel futuro e ciò lo rende solo e spaesato. Quindi l’uomo vive nella totale assenza di vita, cioè nella Rettorica. Il cercare altrove, oltre l’hic et nunc, lo allontana dalla vita e dalla Persuasione e quindi dal trovare la sua via. Fanno parte del mondo della Rettorica: il sapere accademico, che proietta l’uomo in ciò che è e ciò che sa e la società, che duplica l’uomo in ciò che è e ciò che fa. L’uomo persuaso è quindi colui il quale non cede alle lusinghe dalla vita mondana, vive nel presente senza pensare a ciò che è stato e ciò che sarà; l’uomo rettorico è colui che non vuole riconoscere il suo stato di deficienza e vive nell’attesa di un qualcosa che prima o poi verrà...
La persuasione e la rettorica è la tesi di laurea alla quale Carlo Michelstaedter lavorò alacremente nel 1910 ma che non discusse perché il 17 ottobre di quell’anno si tolse la vita con un colpo di pistola, dopo un litigio con la madre; l’opera fu pubblicata postuma nel 1913 dall’amico Vladimiro Arangio-Ruiz. A soli ventitre anni il giovane Carlo era già un intellettuale: poeta, pittore, autore di racconti e saggi. Gravitava nell’orbita de La Voce, la rivista letteraria fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini, che annoverava tra le proprie file personalità del calibro di Boine, Jahier, Salvemini, Rebora e Campana. Questo saggio filosofico è il frutto del suo punto di vista polemico nei confronti della società del primo Novecento e soprattutto nei confronti dei miti e della retorica contemporanea. Attraverso un linguaggio altissimo, Carlo Michelstaedter riflette sul rapporto tra individuo, vita e morte, scegliendo come suoi principali interlocutori Parmenide, Socrate, Eraclito, Empedocle, Eschilo, ai quali contrappone, come campioni della rettorica, Platone, Aristotele e Hegel. Scava nell’essenza dell’esistenza, riflettendo su concetti in forte contrapposizione, come vita-morte, piacere-dolore, persuasione-rettorica, rinunciando a qualsiasi mediazione dialettica. Uno saggio non facile, sicuramente da leggere con un certo impegno, ma malgrado sia stato scritto cento anni fa, ancora attualissimo e molto utile a riflettere sulla condizione dell’uomo moderno.

 

 

 

 
 
 
 
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