La più bella del mondo

La più bella del mondo

L’italiano nasce, è il caso di dirlo, sulla carta. Il nostro Paese infatti all’epoca di Dante, diviso in innumerevoli staterelli e signorie, presenta un quadro linguistico fatto principalmente dai “volgari”, parlate con cui il popolo comunica ma che non servono agli scambi commerciali. Il Sommo Poeta si trova, quindi, di fronte alla necessità di unire i parlanti, creando una lingua ufficiale, adatta ad ogni tipo di situazione, da accompagnarsi a quella con cui il volgo si esprime. Sceglie le parole non in base alla loro diffusione, ma alla loro bellezza e fonda la sua “invenzione” sul toscano, che tanto conosce e che mostra una duttilità utile per lo scopo. Nel Cinquecento, la seconda rivoluzione viene promossa dal veneziano Pietro Bembo, che si impegna a dare vita ad una lingua che possa farsi perfetto strumento di analisi interiore e coesione sociale attraverso, soprattutto, la scrittura. Il toscano del Trecento di Petrarca sarà il fulcro su cui costruirla e non il fiorentino dei suoi giorni, rendendo l’italiano totalmente democratico, perché dovrà essere appreso da tutti, toscani inclusi, che non trovano corrispondenze con la lingua che parlano naturalmente (es. l’introduzione del dittongo “uo” in parole che nel parlato non lo presentano). Tutti potranno essere parte di una comunità seguendo i dettami linguistici dello sconvolgimento proposto da Bembo. Nell’Ottocento, Manzoni stravolgerà ulteriormente l’Italia sottolineando la superiorità della lingua parlata su quella scritta, perché l’italiano non doveva rimanere ad uso esclusivo dell’élite…

La bellezza di una lingua è totalmente soggettiva e sin dall’inizio Stefano Jossa ammette che la sua analisi dell’italiano sarà mossa da una personale affezione verso la lingua madre. Se si impara ad esprimersi in un determinato idioma sarà, di conseguenza, inevitabile considerarlo non solo il mezzo di comunicazione verbale più facile ma anche quello “del cuore”. Questo saggio offre davvero molti spunti e può essere utile a chi si avvicina alla storia della lingua italiana, lingua che nel mondo è apprezzata e studiata (le statistiche spesso divergono sul posto da darle nello studio come seconda lingua e l’annuncio sulle piattaforme sociali di un fantomatico quarto posto sembra sia una lettura nazionalistica della realtà dei fatti che vede l’italiano ad un più umile diciottesimo posto). Le circa 250.000 parole che compongono il vocabolario del Belpaese sono una base della grande massa di “parole dicibile e scrivibili”, come le definisce Lorenzetti, in cui ritroviamo calchi da altre lingue, parole trasformate dall’uso di parlanti virtuali o neologismi che hanno una vita più breve di quella di una farfalla. L’italiano ha la flessibilità tipica di una lingua che prevede molteplici sinonimi per una parola, mantenendo la sua meravigliosa musicalità. L’esempio che riporta Jossa del sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, Er Padre de li Santi, con le sfumature in dialetto romanesco con cui definire il membro maschile (come viene ricordato qui, al centro anche di una scena cruciale del film Mery per sempre di Marco Risi), dimostra il fascino di una lingua che nel tempo ha saputo reinventarsi senza perdere la sua essenza.



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