La piccola Dorrit

La piccola Dorrit
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Marsiglia, il sole cuoce le strade della città e la sua miseria, incluse le mura di una sozza prigione. “Una tinta di prigione stendevasi sopra ogni cosa. Aria imprigionata, luce imprigionata, umido imprigionato, uomini imprigionati, ‒ tutto era stato deteriorato dallo star rinchiuso. Come i due prigionieri parevano appassiti e sciattati, così pure il ferro era arrugginito, la pietra viscosa, il legno tarlato, l'aria malsana, la luce oscura. Simile a un pozzo, a una grotta, a una tomba, la prigione nulla sapeva dello splendore esterno: portata in una delle isole profumate dall'oceano indiano, avrebbe serbata intatta la sua corretta atmosfera”. Il carceriere porta il pasto ai due carcerati, lo accompagna una bimba di quattro anni che prende da un cestino i viveri e li distribuisce, pur sapendo che in virtù di ben precise gerarchie, i bocconi migliori andranno a uno soltanto, Monsieur Rigaud, mentre appena gli scarti toccheranno le labbra dell’infimo Giambattista Cavalletto. A Marsiglia si trova anche il quarantenne Arthur Clennam, in viaggio verso Londra per ricongiungersi alla madre, a cui dovrà consegnare un orologio eredità del marito, che reca la sigla “DNF” (Do not forget: Non dimenticare mai) e condurre gli affari di famiglia. Durante il periodo di quarantena, conosce la famiglia Meagles, la cui figlia Carina è sopravvissuta alla sorella gemella, sopportando gli atteggiamenti morbosi dei genitori che per affrontare il dolore immaginano che la defunta sia cresciuta e sia amabile come la sorella. Al seguito della famiglia vi è la domestica Tattycoram, adottata per fare compagnia a Carina e la vedova Wade, che mal sopporta le loro premure invadenti. Destini slegati e di passaggio, diretti verso Londra per condurre le loro esistenze ovunque la vita e gli imprevisti della sorte hanno stabilito…

Il 1 dicembre del 1855 Charles Dickens comincia a pubblicare in fascicoli il romanzo La piccola Dorrit: la pubblicazione si concluderà nel 1857. L’atmosfera del romanzo è talmente cupa che fin dalle prime pagine afferra alla gola e toglie il respiro. Una patina di mistero aleggia sulla storia e Dickens lo svela poco a poco, gestendo indizi e dettagli. L’inquietudine è accentuata da un forte realismo descrittivo, non necessariamente una scelta di qualità. I temi trattati sono i consueti: la vita degradante nelle carceri, gli ingranaggi lenti e inadeguati della burocrazia inglese che spesso accentua i problemi invece di risolverli. La mancanza di sincerità all’interno della famiglia e la strenua difesa di perbenismo e valori borghesi che portano infelicità personale e dissidi evitabili. Il romanzo manca di fluidità in molti punti, narrando eventi e situazioni dei personaggi senza che ci sia un filo logico e questo saltare da un fatto all’altro crea confusione. Nella prima parte, Povertà, si viene a conoscenza delle vicissitudini dei Dorrit, luoghi ed eventi sono tristi e opprimenti, ma pare mutare tutto in meglio quando arriva un’inattesa eredità. Nella seconda parte, Ricchezza, la vita dovrebbe essere spensierata e ricca di soddisfazioni, ma mentre la famiglia cambia grazie al benessere, la piccola Amy Dorrit resta la stessa, non riesce a interpretare il ruolo che ci si aspetta da lei, quello di una compiaciuta signorina borghese e questo la mette in cattiva luce agli occhi dell’adorato padre. Ad Amy manca l’ipocrisia, non vuole fingere di essere ciò che non è. In questo sta la sua libertà. Per fortuna un romantico lieto fine porterà un po’ d’aria fresca tra le mura del carcere e nelle grigie case londinesi.



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