La piccola libreria dei cuori solitari

La piccola libreria dei cuori solitari

Covent Garden, 2015. La veglia funebre di Lavinia Thorndyke, ottantaquattro anni trascorsi per la maggior parte con e per i libri, si tiene nel club privato per signore appassionate di letteratura di cui lei era socia da decenni. Prima di morire è stata la stessa Lavinia a lasciare indicazioni precise sull’organizzazione del suo funerale: “Assolutamente niente nero. Solo colori vivaci”. Più che una veglia funebre, sembra quindi un party con numerosi e chiassosi invitati. Ciascuno con un ricordo particolare, ciascuno con un aneddoto da raccontare, ciascuno con un “pezzo di Lavinia” da conservare. Tutti concordi nel sostenere quanto amabile, divertente ed insostituibile fosse per tutti loro. Cosa ne sarebbe stato di Bookends, la sua libreria? Cosa sarebbe stato di Posy, Verity e Tom, che a lei devono non solo un posto di lavoro? Di Lavinia, oltre al ricordo, resta la libreria e l’unico nipote: Sebastian, l’uomo più sgarbato di Londra. Ma anche il più affascinante. E il più addolorato per la perdita dell’adorata nonna. Eppure non lo avrebbe mai ammesso né dato a vedere. Per nulla al mondo. Sdrammatizzare e gestire gli aspetti pratici della vita sono la sua specialità. Senza smentirsi neanche in questa occasione: afferrata Posy di peso, sono quasi subito nello studio dell’avvocato per consegnare le disposizioni di Lavinia…

La piccola libreria dei cuori solitari è una storia semplice raccontata con uno stile scorrevole e lineare, un racconto leggero e romantico dal tratto limpido e spensierato, una lettura divertente e ricca di sentimenti. La forza dei dialoghi compensa la mancanza di spessore e di dinamismo psicologico dei personaggi che risultano stereotipati. L’atmosfera malinconica, piena di ricordi, che la vecchia libreria old style nel cuore di Londra rappresenta si trasforma, pagina dopo pagina, in un elogio dei romanzi rosa, nella rivincita delle storie romantiche che fanno sognare, nella riscossa dei chick-lit. Raccontare la rinascita (personale e professionale) non è mai cosa semplice perché si rischia di scivolare nella banalità. Posy, infatti, ha tutte le carte per essere una vera perdente: non ha un lavoro stabile né una professionalità affermata ma solo una grande passione per i romanzi rosa e una libreria da rimettere in sesto, non ha una famiglia se non un fratello adolescente di cui occuparsi, non ha una vita di coppia e piuttosto deve fare i conti con una fastidiosa e prepotente presenza maschile. Eppure riesce a riprendere in mano la sua vita e, come l’araba fenice, rinascere dalle sue ceneri. Garantendo al lettore finanche il lieto fine.



 

 

 

 
 
 
 

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