La pioggia a Cracovia

La pioggia a Cracovia

Il vagabondo sta parlando con qualcuno, forse un giornalista. Fa quella vita da tre anni – quando ha cominciato a sprofondare, pareva proprio un professore, con quei vecchi occhiali da vista e la macchina fotografica. Nemmeno si ricorda più che fine ha fatto, quella macchina, persa o rubata o svenduta per due lire. Vai a sapere. Non si ricorda più tanti dettagli, sa soltanto che voleva fare delle cose per essere degno di una persona, poi però ne ha fatte troppe altre per non essere più all’altezza di niente. Il fotografo scrive a Bianca: sta lavorando al reportage, un reportage che dovrà raccontare un’altra Cracovia, quella trascurata dai media e dalla letteratura; en passant, immagina una mostra di persone che si nascondono, e si dissolvono. Quella mostra si dovrà chiamare “Svanendo”. Il vagabondo racconta le storie di altri senzatetto. Di quello che bacia in continuazione tutte le cose, non le persone, e se ne sta sempre in disparte, con lo sguardo fisso, “come se cercasse qualcosa che ha perso in un punto certo”. Il fotografo scrive di nuovo a Bianca. Soffre per questo periodo di lontananza che si sono imposti. Soffre per tutte le incomprensioni che ci sono state. Trova assurdo che lei abbia pensato male delle sue foto, del suo approccio all’intimità degli altri, del suo “cannibalismo”. È solo che ha visto qualcosa che non doveva vedere, ha visto quella fotografa sopra di lei, nuda. Non doveva succedere. Il vagabondo racconta le “sue” panchine, sono due. Una, un tempo, era consacrata a un poeta polacco. L’altra è dalle parti della cattedrale. Quando se ne sta là spesso incontra Padre Jakub: a volte non si dicono nulla, spesso però il don gli ripete che deve tornare indietro, anche se non sa proprio niente del suo passato. Il fotografo scrive ancora a Bianca. È a buon punto col lavoro, ha trovato un vagabondo che lo ispira profondamente. Hanno parlato – e altro che “Svanendo”, è da un pezzo che sono svanito, ha bofonchiato quello; poi ha chiesto parecchie altre cose e ha ripetuto che in Italia non vuole tornare, manco morto. Bianca intanto sta per partire per Maiorca, da sola, con quella fotografa. Questo pensiero lo manda in manicomio. Il vagabondo racconta di una donna. Si chiama Chiara – o meglio, a lui piace chiamarla così. A lei ha addirittura raccontato la sua storia, probabilmente invano. È una che se ne sta là, per le panchine, senza mai parlare; sembra avere il profumo di Cracovia: “si trasforma a seconda di dove va, e ogni giorno cambia. Sa di brina, sa di erba, sa di nebbia”…

Psicanalitico, simbolico e profondo romanzo breve di Simone Consorti, scrittore, fotografo e insegnante romano classe 1973, La pioggia a Cracovia è strutturato, con apprezzabile linearità, su capitoli che vanno alternando la voce e le storie dei due protagonisti, il fotografo e il vagabondo; è un libro di ricerca di senso (dell’assenza: degli errori: delle perdite: degli sbagli) e una cronaca di un deragliamento (dell’identità: di un amore: dell’equilibrio). Nel contesto della ventennale attività artistica del narratore capitolino, questo romanzo può serenamente essere considerato l’esito più intelligente ed essenziale; ci sono l’esistenzialismo e l’intimismo che avevano caratterizzato i momenti migliori di Sterile come il tuo amore (2008), c’è la sofferenza psichica che puntinava diversi momenti notevoli dell’esordio, L’uomo che scrive sull’acqua aiuto (1999), tuttavia senza più traccia del consolatorio umorismo e dell’autoironia alla Woody Allen, così caratteristica del vecchio professor Consorti; in più di un frangente, si ha la sensazione che le recenti, ripetute avventure teatrali dello scrittore abbiano lasciato una sensata traccia nella sua letteratura, spogliandola di qualche incertezza e di retorica, in genere, e dandole un diverso respiro (un altro passo, più drammatico, più severo). Il libro è stato pubblicato dalla romana Ensemble, diretta da Matteo Chiavarone; esergo, questi versi: “Oggi mi faccio un dono/ oggi mi dimentico chi sono/ e anche se ho buttato la mia vita/ chiunque io sia mi perdono”. Versi che ho trovato, onestamente, bellissimi, tristi e duri. Calibrati con una tetra esattezza. La pioggia a Cracovia uscirà a breve in Francia – sarà interessante scandagliare la rassegna stampa transalpina e confrontarla con quella nostrana; sin qua mi sembra pacifico che Consorti abbia raccolto molto meno consenso critico (di quello commerciale, francamente, non trovo abbia senso curarsene) di quanto meritato: l’artista, battezzato da un esordio editoriale apprezzato e scelto da Oreste Del Buono, già apprezzato da letterati di valore come Andrea Di Consoli, non ha più avuto una chance dalla media editoria dopo l’esordio, ventuno anni fa; sta raggiungendo la piena maturità e forse è il caso di (ri)cominciare a trattarlo con diverso rispetto. Una simile creatività, una così radicale consacrazione alla letteratura e una così degna personalità autoriale meritano qualcosa di diverso e superiore: chissà, a dare la scossa forse servirà un film tratto da questo malinconico e umanissimo libro, oppure basterà una lezione data da qualche critico francese. Sarebbe paradossale: sarebbe così italiano.



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