La pioggia deve cadere

La pioggia deve cadere
La pioggia cade nel piccolo paese di Rotherey, mentre la maestra elementare di sostegno, Frances Strathairn, aiuta i suoi giovani allievi a superare le tragiche conseguenze di un omicidio efferato a cui hanno assistito nella stessa classe, ad opera del marito della precedente insegnante. Sorella Jennifer, una suora in piena crisi di vocazione, parcheggia la sua auto sul Promontorio del Suicidio e decide di lasciarsi scivolare nel vuoto, ma viene inaspettatamente redenta dalla vista di un airone in volo sopra la sua testa. L’ultimo giorno della vita di Nina è raccontato dalla prospettiva ossessiva della propria mano, attraverso i gesti che compie, quelli che avrebbe potuto fare, e tutte le sensazioni che in una vita, con Nina, aveva condiviso. Intanto in Bharatan, a metà strada tra l’Africa e gli Stati Arabi, uno scienziato e la sua famiglia, i Silbermacher, cercano, attraverso complessi studi di agrodinamica della meteorologia applicata, di riportare l’acqua in una terra arida, lottando contro le evidenze di un clima impietoso e di finanziamenti fantasma. La “cellula pettegola”, una sostanza sintetizzata in un liquido incolore e insapore capace di mantenere inalterate le temperature per ore, altrove, mette in crisi gli equilibri economici mondiali e la serenità di una famiglia. Kasia, giovane cameriera polacca a servizio da un vecchio zio, proprietario di un ristorante londinese, e prostituta a tempo perso, disegna t-shirts e sogna di fuggire negli Stati Uniti. Mike trova lavoro come butta-dentro al Tunnel dell’Amore, un cinema porno con annessa libreria sconcia nei sobborghi di Melbourne e finisce per innamorarsi di Karen, donna sulla quarantina, incaricata della gestione della libreria. Margo, una sfortunata tredicenne, soggiogata dalla tirannia di un padre-padrone, scrive alla NASA per cercare di ottenere i soldi necessari a pianificare un sofisticato piano di fuga da casa. L’idea è quella di brevettare una sua personalissima teoria per lo smaltimento dei rifiuti solidi nello spazio. Un Dio bambino, nel frattempo, trova tra i frammenti abbandonati dell’universo dimenticato in cui abita un piccolo prezioso pianeta-giocattolo e decide di appenderlo al soffitto per osservarne i movimenti. Il globo è un “uovo miracoloso e composito, innocente e ingegnoso, capace di creare montagne dal fango, acqua dal sale” e soprattutto pieno di voci che lo chiamano da lontano. Un giorno quel Dio bambino spera di trovare un compagno di giochi che lo renda meno solo e più felice. Cinque giovani artisti dell’avanguardia americana vengono spediti con l’inganno in un remotissimo paese delle Highlands, sotto il falso pretesto di un invito da parte di un fantomatico quanto inesistente Centro Alternativo del Mondo e finiscono, loro malgrado, per ridimensionare le proprie vite...
Torniamo indietro al 1998. Prima del successo planetario de Il petalo cremisi e il bianco, molto prima di Sotto la pelle (i suoi libri sono stati tradotti in 22 paesi), Michel Faber vince, con alcuni dei racconti che compongono questa raccolta, premi prestigiosi come la Short Story Competition e il Saltire Society Scottish First Book of the Year Award. L’istinto creativo è ancora indisciplinato, allergico a regole formali, schizofrenico, irrequieto e si ha quasi l’impressione che le storie siano state scritte da mani diverse. Eppure, ovunque, il lettore più attento non può che riconoscere una scrittura originale, la potenza espressiva e il lirismo duttile e versatile che ha reso Faber, negli anni, un protagonista di rilievo della nuova scena letteraria. Unico, grande filo conduttore è ovunque la presenza delle donne: siano esse madri, maestre, religiose, le figure femminili rimangono le assolute protagoniste di ogni suo percorso creativo. La loro forza non è mai aggressività, il loro coraggio non annulla la tenerezza, e la fermezza di certe scelte - interpretate come definitive - non diventa mai oggetto di un’aperta condanna. Si tratta per lo più di creature fragili, maltrattate, vittime di soprusi e di rinunce, consumate dal dolore ed indurite dagli eventi ma così delicate e salde da apparire come delle eroine di un nuovo mondo. Gli uomini ci sono, certo, necessari a dipanare una trama che altrimenti vivrebbe di quelle contraddizioni tipiche del nostro tempo, ma li ritroviamo persi, confusi, insicuri, alla continua ricerca di risposte e direzioni. Dalla corruzione, alla prostituzione, passando per la droga, l’incesto, l’omicidio, l’autore traccia, in punta di pennello, il ritratto mirabile, divertente e dissacrante di un universo umano che nasconde sotto il proprio carapace un morbido tessuto fatto ancora di vigile speranza. Non c’è mai disperazione nei personaggi di Faber, nessun catastrofismo: i destini fluttuano come i pesci che popolano il mondo allucinato di una giovane mamma e di sua figlia (“Pesci”), i confini tra la vita e la sua fine si confondono e quasi si annullano (“Sorella Jennifer”). Leggiamo e non possiamo fare a meno di sorprenderci come ne “Il giocattolo”, di commuoverci, di divertirci. Potenza e limite di questa atipica raccolta che strega l’impreparato lettore senza mai fornire una soluzione finale. Fedele al principio guida di ogni sua opera: Show, don’t tell, Faber, infatti, mostra, ma non racconta; così simile a Ray Bradbury in certe sue invenzioni, così vicino al nostrano Stefano Benni nel realismo pittorico di alcune figure immaginarie, rimane devoto discepolo di quel dio della Letteratura a cui da sempre sacrifica e offre ogni sua alchimia. Esploratore del mondo di cui ama le profonde contraddizioni e le evidenti ambiguità, condisce il tutto con ironia scozzese in salsa australiana. 15 pillole di umana grandezza. Prendetene una al giorno, preferibilmente la sera prima di andare a dormire. Una cura infallibile contro la malinconia.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER