La poesia del vivente

La poesia del vivente

“Ci sono poeti che continuano a stare con noi…Il suono delle loro parole non è reso opaco dalle stagioni sopravvenute. I loro pensieri riguardano il nostro odierno sentire. E danno vigore alle nostre domande. Leopardi appartiene a questa rarissima schiera”. Leopardi ci soccorre in un momento storico come il nostro dove si è massificati in un’entità astratta, restituendoci l’importanza del singolo e del suo disagio/dolore singolo, che non è egoismo ma sentire individuale che, oltretutto, come “respiro del vivente”, è “respiro della terra”, dove tutti, mantenendo la singolarità, diventiamo appartenenti ad una comune cosmologia. Lo sentiamo vicino perché “ciò che Leopardi scruta lo scruta da un oltretempo, un movimento stellare che è oltre l’idea stessa del tempo”. Questo essere al di sopra e al di là del tempo, aggiunto alla capacità dislocativa di guardare mondo e natura da punti di osservazione diversi, che siano “l’ermo colle” o un astro, appartengono al procedimento conoscitivo leopardiano, dove si unisce alla ricerca di leggerezza “col senso esplicito di elevazione”, di “sguardo rivolto dall’alto verso il linguaggio del mondo e delle cose”, dove “dall’alto” significa una presenza cosmografica (stelle, luna) importante, altra tipicità leopardiana. Quel suo sguardo che insiste sull’esistenza individuale ma sempre e mai disunito dall’attenzione alla physis: come dire consapevolezza della propria finitudine di essere vivente ma ciò nonostante a mani tese verso l’infinito. Ciò che si definisce progresso (per Leopardi avrebbe senso chiamarlo sapere) ha calato un velo opacizzante sulla “percezione del vivente”, attenuando la vicinanza al naturale. A questa perdita di capacità percettiva della natura, della spontaneità e ad una società poco democratica, egli oppone l’esempio del mondo animale dove esiste un “rapporto ragionevole con la natura” e un linguaggio molto corporeo, legato ai sensi, a quel mondo insomma “su cui la civiltà appone il cartiglio di selvaggio”…

Antonio Prete, salentino, è scrittore, traduttore, saggista e poeta. Ha insegnato Letteratura comparata all’Università di Siena, è stato “visiting professor” alle università di Paris III, Paris VIII, alla Brown, Yale, Harvard. Ha vinto nel 2003 il Premio Vittorini, il Premio leopardiano La Ginestra nel 2012 e il Mondello nel 2017. Profondo e appassionato conoscitore e traduttore di Baudelaire (nel 2003 è uscito I fiori del male per Feltrinelli), pubblica ora un nuovo saggio su Giacomo Leopardi. C’è ancora qualche porta segreta da scoprire e aprire? È lo stesso Prete a rispondere nell’introdurre l’analisi de L’infinito: “…e insomma ogni volta il miracolo della poesia, che è quello di dispiegare sensi inattesi e di coinvolgere in un pensare privo di confini, per dir così, si rinnova”, e ancora “Allo stesso tempo avverto che in ogni ritorno le mie domande al testo…sono insieme quelle di prima e diverse da quelle di un tempo: perché appunto un nuovo tempo è sopravvenuto”. Ed è proprio il concetto di tempo che rende Leopardi eterno. Il tempo che, anche se passato, può ritornare per un ulteriore seppur evanescente improvviso battito attraverso il ricordo (A Silvia); il tempo che, nelle sue traversate, nei suoi naufragi, non cambia (e se lo fa è per un incidente di percorso) l’anelito alla ricerca della felicità e alle domande sul nostro essere qui, adesso e non prima, ora e non dopo. Insomma, Leopardi è più vivo che mai, e non certo lo stereotipo dello studioso goffo e del poeta triste e sfigato che, diciamolo, ogni insegnante di lettere ha il dovere di cestinare. E certo il professor Prete in questo suo studio sul grande poeta, non lesina sugli innumerevoli e sempre nuovi aspetti della poetica leopardiana. Un saggio non facilissimo, appassionato e prezioso, incentrato sulla singolarità, su quella riflessione sul singolo che porta inevitabilmente a considerare tutti nella loro specificità, un ognuno che diventa tutti ma non una uniformità astratta. Amiamo questo Leopardi assetato di conoscenza, facciamolo diventare uno sprone alla curiosità di sapere, e perché no, al piacere dello studio delle lingue, per accorgerci che la pluralità di culture è un’immane ricchezza, che venga a noi su un barcone o in business class.

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