La porta aperta

La porta aperta
Una summa del pensiero di Peter Brook sul teatro, la messinscena e il rapporto con il pubblico, elaborato nel corso di 50 anni di luminosa carriera e riassunto in maniera semplice e discorsiva, ad uso sia degli esperti in materia come dei profani, attraverso le trascrizione e l'adattamento di un seminario tenuto dal regista inglese tra il 9 e il 10 marzo 1991 (nel capitolo intitolato “La subdola strategia della noia”) e di alcune conferenze giapponesi del novembre dello stesso anno (riportate nei capitoli “Il pesce d'oro” e “Non ci sono segreti”). Con un lungo saggio introduttivo a cura di Paolo Puppa, professore  ordinario di Storia del Teatro all'Università Ca' Foscari di Venezia...
Peter Brook è indubbiamente uno dei più grandi registi teatrali viventi. Ma ancor prima è un uomo di grande acume, cultura e versatilità, caratteristiche che gli hanno permesso di condurre una carriera di oltre mezzo secolo con immutato successo, anche in veste di scenografo o di regista cinematografico. Brook del resto è riuscito a coniugare come pochi altri la tradizione del teatro elisabettiano (attraverso la messinscena di innumerevoli drammi di Shakespeare – anche i meno famosi – con attori del calibro di John Gielgud e Paul Scofield) con la sperimentazione più estrema di autori contemporanei quali Ted Hughes (Orghast) e Peter Weiss (Marat/Sade) e la trasposizione di poemi epici e mistici della tradizione orientale (La conferenza degli uccelli di Farid al-Din 'Attar o l'epopea del Mahābhārata indiano) ottenendo il plauso unanime di critica e pubblico. Un'impresa, quella di riuscire a conciliare i gusti della critica con quelli degli spettatori, che non è mai stata facile: molti autori di avanguardia ci hanno provato, rischiando spesso, come nel caso di Antonin Artaud (uno dei numi tutelari di Brook), di trovarsi talmente in anticipo sui tempi della storia da risultare compresi solamente da una ristretta cerchia di menti illuminate. Brook invece, conscio del suo ruolo, è sempre stato sensibile al problema riguardante la relazione tra spettatori e attori, perché se il pubblico a teatro si annoia, la colpa non può certo ricadere sul pubblico stesso. Nella mente di Brook la cultura non è vista quindi come un dogma inconfutabile, imposto da un'entità suprema allo spettatore come valore indiscutibile, di cui non ci si può minimamente lamentare: il teatro deve sempre mantenere le sue caratteristiche basilari di spettacolo e divertimento. Ma per instaurare un legame tra attore e spettatore e renderlo più solido è necessario liberarsi dei limiti imposti dalla sala all'italiana, che col suo palco posizionato ad una altezza differente rispetto alla platea e con il “buio in sala”, in pratica costringe gli attori a recitare davanti ad una platea invisibile, creando una notevole frattura. Per ricomporla Brook pensa ad “uno spazio vuoto” (come spiegato nel suo libro-manifesto del 1968, The empty space) che, oltre a spazzar via tutte le sovrastrutture secolari culminate nella tradizione attoriale ottocentesca, possa sanare la frattura esistente tra i due poli principali dell'evento teatrale (pubblico e attori) e consentire di recitare ovunque, senza l'ausilio di luci, scenografie o addirittura di un contenitore come l'edificio teatrale. Una vera e propria rivoluzione questa di Brook, che però non prevede una dedizione esclusiva al teatro d'avanguardia, dato che per lui le forme del teatro popolare e commerciale non devo essere in contrasto con quello più elitario. Seguendo questa linea Brook ha cercato di superare «l'artificiosa contrapposizione fra sperimentale e tradizionale» accogliendo nei suoi spettacoli gli input più diversi, attinti sia dalla tradizione occidentale (Beckett, Brecht, Grotowski e il teatro elisabettiano) che da quella orientale (teatro giapponese e indiano). Un esperimento riuscitissimo, reso possibile grazie anche all'utilizzo per i suoi spettacoli - in netto anticipo sul multiculturalismo contemporaneo - di attori provenienti da culture teatrali molto diverse, che, lasciati interagire tra di loro, contribuiscono a creare in ogni spettacolo qualcosa di veramente fresco e nuovo e a lasciare una porta aperta allo spettatore.

 

 

 

 
 
 
 
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